ADOLESCENZA, FAMIGLIA, GENITORIALITA'

Il Segreto del Figlio

Osservo la vita dei miei figli cresce, diventare autonoma e farsi ai miei occhi sempre più misteriosa.

Penso che questo mistero sia il marchio di una differenza che deve essere preservata e ammirata anche quando può sembrare sconcertante.

Resto sempre stupito di fronte alla loro bellezza e alla loro indolenza.

Infinitamente diversi da come ricordo la mia condizione di figlio.

Eppure così incomprensibilmente uguali.

Non pretendo di sapere o di comprendere nulla della loro vita, che giustamente mi sfugge e mi supera.

Nel camminare fianco a fianco – nel silenzio dei nostri corpi vicini – percepisco il rumore del loro respiro come una differenza inesprimibile.

È un fatto: ogni figlio porta con sé – già nel suo respiro – un segreto inaccessibile.

Nessuna illusione di condivisione empatica potrà mai venire a capo di questa strana prossimità. La gioia tra noi accade proprio quando l’incondivisibile che ci separa, genera una vicinanza senza nessuna illusione di comunione.

I nostri figli sono nel mondo – esposti alla bellezza e all’atrocità del mondo –  senza riparo.

Sono – come tutti noi – ai quattro venti della vita nonostante o grazie all’amore che nutriamo per loro.

Non so davvero nulla della vita dei miei figli, ma li amo proprio per questo.

Sempre alla porta ad attenderli senza però mai chiedere loro di ritornare.

Vicino, non perché li comprendo, ma perché stimo il loro segreto.

 

Milano – Noli – Valchiusella,

gennaio 2017

Il segreto del Figlio, Massimo Recalcati, Feltrinelli 2017

ASPETTATIVE, CICLO DI VITA, CRESCITA PERSONALE, PSICORIFLESSIONI

Il senso della vita o della morte

Il giardino delle delizie Il senso della vita

“Forse è la morte a rendere la vita ancor più vitale e preziosa”

Una riflessione su come viviamo la nostra vita spesso ignorando, volutamente e in mille modi diversi, la consapevolezza che esiste la morte e che proprio questa, nella sua irrimediabile oggettività, condiziona la scelta di COME viverla.

Un dialogo tra un analista ed un gatto offerto dall’opera “Il senso della vita” di Irvin D. Yalom, Neri Pozza Editore, 2016.

Buona lettura.

“Dici che ti piace il modo in cui procede la tua vita in questo momento. Me ne vuoi parlare? Come si svolge la tua giornata tipo?”

L’imperturbabilità di Ernest sembrò far rilassare Merges, che smise di guardarlo con occhio torvo, si accomodò sulle sue zampe posteriori e rispose con calma:”La mia giornata? Senza eventi di rilievo. Non ricordo molto della mia vita”.

“Che cosa fai tutto il giorno?”

“Aspetto. Aspetto di essere chiamato da un sogno.”

“E tra un sogno e l’altro?”

“Te l’ho detto. Aspetto.”

“Tutto qui?”

“Aspetto.”

“Questa è la tua vita, Merges? E ne sei soddisfatto?”

Merges annuì.”Se si considera l’alternativa” disse, mentre con grazia si rovesciava sulla schiena e si occupava del pelo sul ventre.

“L’alternativa? Intendi il fatto di non vivere?”

“La nona vita è l’ultima.”

“E vuoi che questa tua ultima vita continui per sempre.”

“Non lo vorresti anche tu? Non lo vorrebbe chiunque?”

“Merges, sono colpito da un’incongruenza in quello che stai dicendo.”

“I gatti sono animali profondamente logici. A volte la cosa non è apprezzata a causa della nostra abilità a prendere decisioni rapide.”

“Ecco l’incongruenza. Dici di volere che la tua nona vita continui, ma in effetti non la stai vivendo. Stai semplicemente esistendo in una sorta di animazione sospesa.”

“Non sto vivendo la mia nona vita?”

“L’hai detto tu stesso: ti limiti ad aspettare. Ti dirò quello che mi passa per la testa. Una volta un famoso psicologo ha detto che alcune persone hanno così paura del debito riscosso dalla morte che rifiutano di accettare il prestito della vita”.

“Il che significa? Parla chiaro” disse Merges, che aveva smesso di leccarsi il ventre e adesso sedeva accosciato.

“Significa che sembri avere così paura della morte da astenerti dall’entrare in pieno nella vita. È come se tu avessi paura di consumarla. Ricordi quello che mi hai insegnato solo pochi minuti fa a proposito dello spirito felino? Dimmi, Merges, dov’è adesso il territorio che difendi? Dove sono i gatti maschi con i quali ti batti? Dove sono le femmine libidinose e gementi che sottometti? E perché” chiese infine Ernest, enfatizzando ogni parola, “permetti al prezioso seme di Merges di restare inutilizzato?”

Mentre Erenst parlava, la testa di Merges s’era abbassata. Poi in modo quasi lugubre, il gatto chiese: “Così tu hai una sola vita? E a che punto di questa vita sei arrivato?”

“All’incirca a metà.”

“Come puoi sopportarlo?.”Mi chiedi come faccio a sopportarlo? Be’ innanzitutto non pensandoci. A volte perfino me ne dimentico. E alla mia età non è troppo dura.”

“Alla tua età? Che significa?”

“Noi umani passiamo attraverso vari stadi dell’esistenza. Da piccoli pensiamo moltissimo alla morte, alcuni di noi ne sono addirittura ossessionati. Non è difficile scoprire l’esistenza della morte. Basta guardarsi intorno e si vedono cose morte: foglie,e gigli e mosche e scarabei. Gli animali domestici muoiono. Mangiamo animali morti. A volte veniamo a sapere della morte di qualcuno. E in breve ci rendiamo conto che la morte verrà per tutti… per la nonna, per nostra madre e persino per noi. Ci rimuginiamo in privato. Genitori e insegnanti, pensando che per i bambini sia un male pensare alla morte, mantengono il silenzio al riguardo o ci raccontano favole sul paradiso e sugli angeli, sulla riunione eterna, sull’immortalità dell’anima.”

“E poi?” Merges lo stava seguendo alla perfezione.

“Li assecondiamo. Spingiamo il pensiero fuori dalla nostra mente, o sfidiamo apertamente la morte con grandi prodezze spericolate. E poi, poco prima di diventare adulti, torniamo a rimuginare un sacco sulla faccenda. Anche se alcuni non ce la fanno a sopportare il pensiero e si rifiutano di continuare a vivere immergendosi nei vari compiti dell’età adulta: carriera, famiglia, crescita personale, acquisizione di beni, l’esercizio del potere, la vittoria nelle competizioni. È qui che mi trovo io adesso nella mia vita. Dopo questo stadio si entra nell’età più tarda, dove la consapevolezza della morte torna a emergere e a quel punto la fine appare chiaramente minacciosa, perché in effetti è imminente. A quel punto possiamo scegliere di averla ben presente e tirar fuori il meglio della vita che ancora ci resta, o fare finta in vari modi che la morte non arriverà mai.”

“Allora lascia che te lo chieda un’altra volta: come fai a sopportarlo?”

“Capovolgerei la domanda, Merges. Forse è la morte a rendere la vita ancor più vitale e preziosa. Il dato il dato di fatto della morte conferisce un’intensità emotiva, un gusto agrodolce alle attività dell’esistenza. Sì, può essere vero che vivere nella dimensione del sogno ti offre immortalità, ma la tua vita mi sembra immersa nella noia. Quando ti ho chiesto di descriverla hai risposto con un’unica parola: Aspetto. È vita questa?, Aspettare significa forse vivere? Ti resta ancora una vita, Merges. Perché non viverla appieno?

 

AUTOSTIMA, COPPIA, CRESCITA PERSONALE, DIPENDENZA AFFETTIVA, SEPARAZIONE

Disinnamorarsi di chi ci vuole più

Come si fa a disinnamorarsi?», ma anche «come ci si disinnamora?». Sembrano domande con così tante risposte (basta guardare i risultati della ricerca di queste due domande su Google) da essere di fatto senza risposta. Almeno, senza una risposta univoca e valida in tutti i casi. Invece una risposta c’è.

Come cancellare il sentimento

Se, come spiega il presidente dell’Accademia italiana per la salute nella coppia Emmanuele Jannini, «non sappiamo cos’è che ci fa innamorare, di conseguenza è difficile stabilire come si può disinnamorarsi», una sorta di «terapia d’urto» per provare a raffreddare i sentimenti esiste. Basta «perdere la stima della persona di cui si è innamorati», afferma il sessuologo. […]

Questa una parte di un articolo del 17 Aprile 2017 comparso su Corriere.it  che lascia molto riflettere.

PUÒ DAVVERO BASTARE “PERDERE LA STIMA” DI QUELLA DATA PERSONA PER SMETTERE DI AMARLA?

Chi c’è davvero dietro una domanda simile: “come faccio a disinnamorarmi?”

Sono donne? Sono uomini? Poco importa, di sicuro sono, a mio avviso, persone che si sentono  “incastrate” in una relazione mentale, più che concreta, con un partner che non c’è più.

La necessità di disinnamorarsi lascia pensare che da parte dell’interessato vi sia una difficoltà a separarsi, non tanto fisicamente dalla persona amata, in quanto probabilmente questo passaggio potrebbe già essere accaduto, ma mentalmente, dall’idea di quel NOI, il legame.

PRIMA DI DISINNAMORARSI BISOGNA VIVERE L’INNAMORAMENTO

L’innamoramento, può essere definito come un movimento a due in cui si sperimenta la gioia di vivere, lo scambio, il rinnovamento dei propri pensieri e emozioni, l’appartenenza.

Proprio quest’ultima potrebbe rappresentare l’essenza del legame, ciò che spinge a ricercare l’Altro, in quanto al suo interno vi è un vasto numero di significati profondi che apparentemente si racchiudono nella voglia di condivisione, nel desiderio di complicità e nella ricerca di intimità.

PER DISINNAMORARSI È NECESSARIO ESSERE APPARTENUTI AD UN SISTEMA

Ha a che fare con il vissuto antico, più o meno appagante, di  essere parte di un sistema, il primo resta sempre la famiglia d’origine.

Generalmente si può dire che una persona appartiene ad un sistema quando si riconosce parte di esso per valori, regole, tradizioni, comportamenti.

Pertanto la ricerca di appartenenza nei sistemi successivi (coppia) è un proprio bisogno, necessario per il benessere di ognuno.

SOLO SE SI APPARTIENE SI PUÒ ESSERE LIBERI DI SEPARARSI

L’incastro che vive il partner che si dispera nel tentativo di disinnamorarsi, potrebbe quindi dipendere dal non essere mai appartenuti ad una coppia. Potrebbe essere il tentativo di un riscatto affettivo per uno squilibrio d’amore. “Non mi sono sentito/a parte della nostra coppia”, “Ho rincorso l’altro tante volte”. Potrebbe sembrare un credito in sospeso con il partner che però dipende da una mancanza più antica.

Se la relazione finisce può dipendere dal modo di relazionarsi, dalle richieste reciproche, dai bisogni personali messi in secondo piano, da paure che si insinuano dentro di noi sin da bambini, dalle vere motivazioni che ci sono dietro la scelta di quel partner.

Coloro che hanno necessità di disinnamorarsi possono cominciare quindi dall’innamorarsi di se stessi, dal capire cosa li porta a mettere il partner al centro della propria vita anche quando lui/lei rifiuta il rapporto.

Disinnamorarsi a mio avviso non dovrebbe essere denigrare la figura dell’altro, ma dare, senza ombra di dubbio, più valore a se stessi.

Dott.ssa Ivana Siena

ASPETTATIVE, COMUNICAZIONE, COPPIA, EMOZIONI E SENTIMENTI, SEPARAZIONE

Come far durare una coppia nel tempo

È convinzione sempre più forte che l’amore romantico sia destinato a scemare, mentre l’amore di coppia può invece crescere nel tempo.

Due sembrano essere i fattori principali che influenzano la durata del rapporto di coppia condizionandone il finale: in primis la difficoltà di accettare il partner per quello che è dopo la prima fase di fusione, e in secondo luogo le resistenze al cambiamento apportato dall’altro.

L’amore romantico tende ad annullare le differenze tra i partner, si nutre di proiezioni reciproche, di illusioni e idealizzazioni. Tutto questo è frustrante e distruttivo poiché prima o poi le persone coinvolte vivranno la loro personale evoluzione e si evidenzieranno inevitabilmente le diversità di ognuno.

È come se non si riuscisse a questo punto ad accettare l’idea della trasformazione possibile di sé e dell’altro nel tempo.

La vera sfida sta quindi nel non perdersi mantenendo una distanza che esprima le differenze.

Cosa accade nel tempo alla coppia

Nel passaggio dalla fase di innamoramento a quella di un rapporto più maturo molte coppie si dividono pensando di aver sbagliato partner, mentre si tratterebbe invece di aumentare la tolleranza alle reciproche diversità.

Cosa serve per dare stabilità alla relazione

Sicuramente la dinamicità, intesa come la capacità di trasformarsi continuamente, l’impegno condiviso nel non abbassare mai l’attenzione su ciò di cui ha bisogno la coppia, non il partner, ma proprio la coppia, il NOI.

È una questione di controllo di un’ambivalenza, infatti si sceglie un partner per determinate caratteristiche e qualità, che spesso poi diventano i motivi per cui lo stesso non ci piace più.

L’essenza dell’amore è “lavorare per qualcosa”, “far crescere qualcosa” per usare le parole di Eric Fromm.

Le fasi che portano all’amore consolidato sono quindi:

– l’innamoramento che sembra capiti in maniera casuale (seppure è mia convinzione che l’incontro con l’altro non è mai casuale, ma arriva in un momento in cui si è più in contatto con il bisogno di appartenenza e quindi in qualche modo è comunque “diretto” dal nostro volere);

– l’amore che è un lavoro vero e proprio che presuppone fatica e l’impiego delle risorse peronali;

– la crisi, che è la vera occasione di consolidamento perché obbliga a dialogare con se stessi e con l’altro; spinge alla valutazione di cosa voglio distruggere e di cosa voglio davvero far crescere.

Il paradosso dell’amore è il rovesciamento della prospettiva iniziale:

“Io rimango unito all’altro non perché è come me, ma perché mi permette di cambiare”

L’influenza dell’eredità familiare

Ognuno di noi ama in base alla sua “mappa affettiva” acquisita dal modello di relazione acquisito in famiglia, cercando di correggerlo o riscattarlo quando non risulta soddisfacente, ma il vero laboratorio è rappresentato proprio dalla coppia, dove ciascun partner mette in campo le proprie risorse per inventarsi un nuovo modello, personalizzato, trasformato, unico.

Questo lavoro permette di scoprire quanto è più semplice vivere amando, che senza amore.

Ivana Siena

ASPETTATIVE, AUTOSTIMA, CRESCITA PERSONALE, EMOZIONI E SENTIMENTI, NUOVE DIPENDENZE

La paura della solitudine

Non sappiamo più stare da soli. La solitudine, sotto ogni sfaccettatura del termine spaventa.

In moltissimi cercano di evitarla, altri ancora di contrastarla perché è un’esperienza vissuta con angoscia la maggior parte delle volte. Immergersi nel lavoro, mescolarsi tra la gente, lasciarsi catturare da un programma televisivo e ancora, chattare con conoscenti o estranei, scorrere le bacheche dei social dei propri contatti sono tutte strategie di gestione della solitudine che lasciano il tempo che trovano.

Le amicizie possono trasformarsi in “sopportazione forzata” del tempo passato con quella persona che magari non piace davvero, pseudorelazioni che sono riempitivi illusori, solo per evitare di affrontare il senso di vuoto.

La paura della solitudine

Vivere la solitudine significa mettersi in ascolto di sé, e quando attraverso di essa si percepisce il senso di abbandono e di isolamento la paura sopraggiunge.

Pier Paolo Pasolini diceva che

Bisogna essere molto forti per amare la solitudine. Amarla e capirla.

Guardarsi negli occhi come se si stesse allo specchio, riconoscere dove sono le proprie energie vitali, quali sono i propri progetti, cosa si sta facendo davvero per realizzare i propri sogni. Quando tutto questo porta un bilancio negativo è difficile prenderne consapevolezza e la solitudine diventa una grande nemica perché enfatizza tutte le scelte fatte e quelle che non si ha avuto mai il coraggio di fare.

La solitudine produttiva

La solitudine però non è assolutamente una nemica, ma un’opportunità. Stare soli per un po’ di tempo aiuta a riflettere su quello che sta accadendo su chi si è davvero ed è quindi un momento necessario per accogliere la nascita di qualcosa di nuovo e mai pensato.

Lo stare soli porta a crescere e diventare autonomi.

All’interno di quei vuoti ci sono ricordi ed emozioni che spesso intristiscono perché vengono vissuti come mancanze, qualcosa che non abbiamo più. Se viene rovesciata questa visuale, dalle mancanze si possono individuare i desideri e raccogliere così le proprie autentiche energie e indirizzarle verso qualcosa di positivo da raggiungere.

Il segreto per star bene da soli

La differenza la fanno le risorse interiori, la fiducia in se stessi, in una parola più completa l’autostima.

Avere stima di sé significa dare valore a quel che di buono sentiamo appartenerci, ma anche rispettare le nostre manchevolezze, in quanto se esistono è perché in quel momento non eravamo pronti a “fare”. Lo star soli può diventare così una scelta e non una costrizione dolorosa.

Riempire la solitudine con la nostra presenza e non con abitudini, sagome o presenze virtuali che scavano ancora più a fondo in quel vuoto già esistente.

L’intensità dei nostri sentimenti, l’accettazione di ciò che siamo, la nostra creatività sono i veri strumenti per colmare e non per riempire soltanto.

L’autonomia dietro la solitudine

Con la solitudine produttiva si guadagna in autonomia, infatti non si sente più il “bisogno” di altri e si rompe ogni forma di dipendenza affettiva verso qualunque figura.

Insomma stare soli serve principalmente a capire cosa significhi la presenza dell’altro, ma soprattutto significa scegliere con chi voler stare.

Ivana Siena