AUTOSTIMA, COPPIA, CRESCITA PERSONALE, DIPENDENZA AFFETTIVA, SEPARAZIONE

Disinnamorarsi di chi ci vuole più

Come si fa a disinnamorarsi?», ma anche «come ci si disinnamora?». Sembrano domande con così tante risposte (basta guardare i risultati della ricerca di queste due domande su Google) da essere di fatto senza risposta. Almeno, senza una risposta univoca e valida in tutti i casi. Invece una risposta c’è.

Come cancellare il sentimento

Se, come spiega il presidente dell’Accademia italiana per la salute nella coppia Emmanuele Jannini, «non sappiamo cos’è che ci fa innamorare, di conseguenza è difficile stabilire come si può disinnamorarsi», una sorta di «terapia d’urto» per provare a raffreddare i sentimenti esiste. Basta «perdere la stima della persona di cui si è innamorati», afferma il sessuologo. […]

Questa una parte di un articolo del 17 Aprile 2017 comparso su Corriere.it  che lascia molto riflettere.

PUÒ DAVVERO BASTARE “PERDERE LA STIMA” DI QUELLA DATA PERSONA PER SMETTERE DI AMARLA?

Chi c’è davvero dietro una domanda simile: “come faccio a disinnamorarmi?”

Sono donne? Sono uomini? Poco importa, di sicuro sono, a mio avviso, persone che si sentono  “incastrate” in una relazione mentale, più che concreta, con un partner che non c’è più.

La necessità di disinnamorarsi lascia pensare che da parte dell’interessato vi sia una difficoltà a separarsi, non tanto fisicamente dalla persona amata, in quanto probabilmente questo passaggio potrebbe già essere accaduto, ma mentalmente, dall’idea di quel NOI, il legame.

PRIMA DI DISINNAMORARSI BISOGNA VIVERE L’INNAMORAMENTO

L’innamoramento, può essere definito come un movimento a due in cui si sperimenta la gioia di vivere, lo scambio, il rinnovamento dei propri pensieri e emozioni, l’appartenenza.

Proprio quest’ultima potrebbe rappresentare l’essenza del legame, ciò che spinge a ricercare l’Altro, in quanto al suo interno vi è un vasto numero di significati profondi che apparentemente si racchiudono nella voglia di condivisione, nel desiderio di complicità e nella ricerca di intimità.

PER DISINNAMORARSI È NECESSARIO ESSERE APPARTENUTI AD UN SISTEMA

Ha a che fare con il vissuto antico, più o meno appagante, di  essere parte di un sistema, il primo resta sempre la famiglia d’origine.

Generalmente si può dire che una persona appartiene ad un sistema quando si riconosce parte di esso per valori, regole, tradizioni, comportamenti.

Pertanto la ricerca di appartenenza nei sistemi successivi (coppia) è un proprio bisogno, necessario per il benessere di ognuno.

SOLO SE SI APPARTIENE SI PUÒ ESSERE LIBERI DI SEPARARSI

L’incastro che vive il partner che si dispera nel tentativo di disinnamorarsi, potrebbe quindi dipendere dal non essere mai appartenuti ad una coppia. Potrebbe essere il tentativo di un riscatto affettivo per uno squilibrio d’amore. “Non mi sono sentito/a parte della nostra coppia”, “Ho rincorso l’altro tante volte”. Potrebbe sembrare un credito in sospeso con il partner che però dipende da una mancanza più antica.

Se la relazione finisce può dipendere dal modo di relazionarsi, dalle richieste reciproche, dai bisogni personali messi in secondo piano, da paure che si insinuano dentro di noi sin da bambini, dalle vere motivazioni che ci sono dietro la scelta di quel partner.

Coloro che hanno necessità di disinnamorarsi possono cominciare quindi dall’innamorarsi di se stessi, dal capire cosa li porta a mettere il partner al centro della propria vita anche quando lui/lei rifiuta il rapporto.

Disinnamorarsi a mio avviso non dovrebbe essere denigrare la figura dell’altro, ma dare, senza ombra di dubbio, più valore a se stessi.

Dott.ssa Ivana Siena

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Il gioco del vampiro energetico

Ci sono relazioni in cui è difficile capire come e quando l’altro, che sia amico, parente, amante, collega o altro, si trasforma in un vampiro energetico. Noi invece diventiamo prede più o meno consenzienti.

Ci si rende conto di essere in balia di un vampiro quando ci si accorge che un rapporto ci costa molto di più di quanto non renda in termini di soddisfazione.

Francois Lelord (Psichiatra francese)

Spesso questo stress subito si trasforma in sintomi fisici e psicologici e la vittima si sente svuotata di energie, volontà, pensieri. È un percorso che porta allo sfinimento fino a non riuscire più a far fronte alle continue richieste dell’altro.

Il sentimento più sentito è l’indifferenza. La mancanza di coinvolgimento emotivo porta pian piano a prendere le distanze dal vampiro, il quale a sua volta rincara la dose e diventa contemporaneamente più insistente e asfissiante.

Le tipologie di vampiro energetico

Alcuni vampiri sono facili da smascherare, altri sono strateghi, restano nell’ombra e riescono ad incantare la loro vittima per poterne approfittare.

Il Vampiro Gentile: ha una personalità dipendente, pensa di non potersela cavare da solo e non essere all’altezza. Cerca soccorso in persone più forti.

Il Vampiro Triste: la persona che è stata lasciata, ad esempio, dal partner; si mostra debole, bisognoso e depresso tanto da contagiare la sua vittima del momento.

Il Vampiro Grandioso: fa leva sulla seduzione, l’autorità e con il timore che incutono. Nella relazione con il partner o con un amico incantano, conquistano per poi assumerne il totale controllo. L’obiettivo è il dominio e la manipolazione dell’altro.

Le tipologie di vittime

Le vittime del vampiro energetico sono persone generalmente fragili o destabilizzate da una fase particolare di vita, come una perdita o una ferita sentimentale. A loro volta quindi si trasformano in recettori per la loro vocazione al sacrificio.  Sono preda di vampiri che sanno come scoprire le loro ferite e renderle ancora più fragili, più disponibili a “salvare” l’altro.

Queste persone sono sempre pronte a dedicarsi all’altro per riscattare il loro senso di inadeguatezza, spesso è il senso di colpa a muoverli verso di Loro.

Quale soluzione?

Mettere fine ad una relazione di dipendenza è sempre molto difficile, ma del tutto possibile. Come in ogni relazione di questo tipo è più facile lavorare sulla vittima che sul carnefice, in quanto è proprio lei che ha maggiori risorse di interrompere il gioco di insicurezze e proiezioni che la portano a legarsi ad un vampiro.

Bisogna voler riprendere il controllo della propria vita ascoltando maggiormente i propri bisogni.

Dott.ssa Ivana Siena

AUTOSTIMA, COMUNICAZIONE, CRESCITA PERSONALE, DIPENDENZA AFFETTIVA, NARCISISMO, NUOVE DIPENDENZE, TRADIMENTO

Gelosia retroattiva: la sindrome di Rebecca

La gelosia retroattiva, oggi chiamata Sindrome di Rebecca,  è un sentimento legato all’amore, che spinge uomini e donne a speciali reazioni fisiche ed emotive spesso non programmate o che oltrepassano la soglia della razionalità.

Quando si ama qualcuno, molto spesso si ha il timore di perderlo e, messa in questi termini, la gelosia rientra in un livello di normalità fisiologica caratterizzata da comportamenti di allerta nei confronti degli atteggiamenti, apparentemente o realmente, anomali del partner.

Così una semplice ed inaspettata telefonata, un’uscita fuori programma o un casuale ritardo nel rientrare a casa genera quel pizzico di curiosità, a volte anche invadente, da parte del partner geloso.

Aumentano così  le ricerche dei più piccoli ed insignificanti indizi su cui fondare ipotesi che saranno destinate a stimolare la sua angoscia e la sua inquietudine.

Cosa permette l’aumentare della gelosia?

Un aspetto che può incrementare il livello di gelosia è, ad esempio, l’intensità del rapporto che il partner ha vissuto con l’ ex soprattutto nei casi di condivisione di momenti importanti come un figlio, una convivenza o se il ricordo della precedente storia è ricco di stima ed affetto reciproco.

Una chiara espressione di gelosia patologica, riferibile a questo tipo di esempi, è la cosiddetta sindrome di Rebecca che prende il suo nome da un film di  Alfred Hitchcock, ispirato dal celebre romanzo di Daphne du Maurier “ Rebecca la prima moglie”.

Libro e film raccontano la storia di una donna che sposa un vedovo e va a vivere nella casa in cui il ricco uomo aveva vissuto con la prima moglie. La donna si rende conto che il marito,  ossessionato dal ricordo della defunta Rebecca di cui è ancora innamorato e che considera perfetta, allude a  continui confronti  tra lei e la ex compagna.

Tale sindrome indica oggi la gelosia che si prova per il passato sentimentale dell’altro, una particolare forma retroattiva nei confronti della persona amata, alle volte immotivata e ingiustificata che può diventare una vera e propria ossessione.

I sintomi della gelosia tipica della sindrome di Rebecca

Le persone affette da tale sindrome sono accecate dalla gelosia non rendendosi conto che spesso il “pericolo ex” in realtà non esiste, che la minaccia dipende effettivamente da loro poiché includono questa presenza all’interno del rapporto di coppia.

Questo genere di gelosia dipende da svariati fattori quali ad esempio: la scarsa autostima, che porta alla continua svalutazione delle proprie capacità e caratteristiche positive in favore di una idealizzazione dell’ex compagno/a del proprio partner.

C’è poi l’ansia, che rende difficile controllare o gestire gli attacchi di gelosia; ed infine la presenza di pregresse storie d’amore problematiche o complesse che hanno lasciato delle ferite aperte e hanno reso vulnerabili alla paura del riproporsi dell’ insuccesso amoroso.

Aspetti patologici della gelosia retroattiva

La “gelosia dell’ex” nei casi più gravi può diventare un disturbo psichiatrico, con episodi di gelosia patologica e comportamenti paranoici e deliranti. Ciò è dovuto ad un disturbo di tipo ossessivo-compulsivo, che aggredisce la mente della persona gelosa di giorno come durante il riposo notturno, fino a farle avere delle difficoltà nel distinguere nettamente tra passato e presente.

La Sindrome di Rebecca agisce infatti, anche quando i riferimenti pericolosi vengono ridotti al minimo o sono semplicemente casuali: il pensiero ossessivo trascura i dati di realtà e si fonda su una carente lettura della mente dell’altro, al quale viene attribuita l’intenzione di ricordare il partner precedente in virtù di un legame affettivo che non si è mai sciolto.

Quando si verificano queste interazioni l’emozione prevalente è una rabbia profonda che gradualmente pregiudica la qualità della relazione, il dialogo fra i partner, la costruzione di un rapporto che sia in grado di collocarsi nel tempo presente integrando le diverse fasi di vita degli individui coinvolti.

A volte però i sensori di colui o colei che sospetta non si attivano per pura paranoia o insicurezza ma le ansie sono giustificate da particolari comportamenti messi in atto dal partner come quello di non parlare mai del/della ex innescando nell’altro una curiosità eccessiva e ossessiva che ha lo scopo di riempire i vuoti del passato, oppure quando ne parla molto male ma in realtà pensa esattamente il contrario, o ancora quando i due sono grandi amici poiché non si riesce a chiudere un rapporto o per paura o perché ci si sente gratificati. 

Il quadro peggiora se il partner, non comprendendo o sottovalutando la gravità del fenomeno, parla liberamente delle esperienze vissute in passato senza curarsi di ciò che potrebbe scatenare: il rimuginare dell’altro, il quale non tollera che vengano menzionati luoghi ed eventi che appartengono ai legami già vissuti e in generale viene travolto da un pensiero ricorrente in merito alla figura di chi l’ha preceduto, alle sue doti più brillanti, agli elementi che potrebbero aver reso speciale e ineguagliabile quel rapporto.

L’intervento terapeutico

La gelosia retroattiva si può vincere ma il lavoro deve essere suddiviso tra i due partner. Lui o lei dovrebbero imporsi di NON pensare continuamente alla vecchia storia, tanto meno di paragonarla alla nuova. Il partner interessato necessita di modificare l’atteggiamento, cercare di essere più sensibile, dovrebbe essere aiutato mettendo in evidenza il suo comportamento e il fastidio che provoca. Allo stesso tempo il nuovo arrivato non deve sentirsi in competizione con il passato, che spesso è morto e sepolto.

Una vecchia storia non deve essere sepolta e dimenticata. In fin dei conti fa parte di noi e quando si costruisce un nuovo rapporto è importante parlare del passato per conoscersi meglio e per imparare dagli errori commessi.
Il problema va affrontato e non sottovalutato: è consigliata una psicoterapia individuale per abbattere insicurezze e aumentare l’autostima, ma l’ideale è una psicoterapia di coppia per lavorare sulla fiducia, sul legame che si sta formando e sul patto (implicito ed esplicito) che li ha uniti inizialmente, con l’obiettivo di uscirne più forti di prima.

Dott.ssa Ivana Siena

COPPIA, DIPENDENZA AFFETTIVA, NARCISISMO, PSICOCINEMA

“MON ROI” – Una storia come troppe

George è un uomo affascinante, seducente, passionale che sa come amare… Tony è una donna in carriera ma bisognosa d’amore. Coppia vincente e perfetta verrebbe da pensare e invece…
 
 
La regista Maiwenn, nel film “Mon roi” (2015) racconta una storia d’amore tra Tony (Emmanuelle Bercot), una donna che non riesce a liberarsi dal rapporto di dipendenza dal proprio compagno George (Vincent Cassel), “Il re degli stronzi” è così che si definisce il protagonista. Quella che sembrava essere una relazione speciale si rivela invece straziante e tormentata.
 
 
Il film inizia con l’immagine di Tony, la quale viene ricoverata in un centro di riabilitazione a seguito di un grave incidente sugli sci. Qui la donna ha la possibilità di ripensare e riflettere alla sua estenuante relazione con George, ha il tempo necessario per rispondere ai suoi perché e al come ha amato e ha permesso a se stessa di vivere una passione così soffocante e distruttiva. Tony ha di fronte un difficile processo di guarigione, un duro lavoro fisico, ma probabilmente questo dolore fisico la aiuterà a comprendere e riconoscere il dolore emotivo e finalmente  potrà essere una donna libera. L’associazione tra dolore fisico e dolore emotivo non è solo metaforica.
 
Quando la nostra mente si rifiuta di riconoscere le proprie emozioni,inconsciamente ci manda dei messaggi attraverso il nostro corpo, il quale è il sensore che comunica direttamente con noi.
Tony negava a se stessa la sua sofferenza emotiva, cercando sempre di giustificare i suoi comportamenti e quelli del suo compagno, ma poi qualcosa accade, quello che apparentemente può sembrare una caduta accidentale altro non è il corpo che parla, invitandola a riflettere. Le emozioni negative protratte nel tempo creano dei blocchi energetici che si somatizzano trasformandosi in disagi e quindi in malattie, proprio quello che è accaduto alla protagonista del film. Ogni parte del nostro corpo ha una sua chiave di lettura. 
Il dolore alle ginocchia, ad esempio, può indicare problemi nelle relazioni con gli altri, inflessibilità, incapacità a piegarsi, senso di orgoglio ferito, ego, testardaggine, paura verso i cambiamenti. Tutto ciò può sembrare quasi assurdo, poco pragmatico, ma se si guarda attentamente il film si può notare come queste caratteristiche si riscontrino nel vissuto della protagonista. La permanenza nel centro, inoltre le permetterà di riscoprire l’importanza e il significato dell’amicizia. Qui Tony ha la possibilità di riscoprire il piacere della libertà di vivere insieme a persone con un ceto sociale diverso dal suo e età diverse e questo le farà comprendere ancora meglio come nella vita non ci sia nessun ostacolo che non possa essere superato.

Ma chi sono veramente George e Tony? 
 
Lui è una personalità narcisistica, leiuna dipendente affettiva, in altre parole la coppia perfetta per un amore malato.
Le persone con una personalità narcisistica sono caratterizzate da un senso di superiorità, esigenza di ammirazione e mancanza di empatia. Esprimono una credenza esagerata nel proprio valore. Spesso monopolizzano le conversazioni, sminuiscono o disprezzano le persone che si percepiscono come inferiori. Possono avere un senso del diritto e quando non ricevono il trattamento speciale a cui si crede di aver diritto,  possono diventare molto impazienti o arrabbiati. Hanno difficoltà a gestire tutto ciò che può essere percepito come una critica. Nel film, infatti, si vede come George alle prime difficoltà si allontana dalla sua compagna, andando a vivere addirittura in un’altra casa, nonostante i due coniugi avessero un figlio, voluto soprattutto da lui. Non solo lui si allontana dalle sue responsabilità paterne, ma addirittura triangola il figlio, nel momento in cui i due decidono di separarsi, minacciando Tony di non darle la possibilità di un affido congiunto.
I narcisisti, dal momento che si vedono superiori agli altri spesso pensano di essere ammirati o invidiati. Credono di essere autorizzati a soddisfare i propri bisogni senza attendere. Il protagonista, di fatto, quando sente l’esigenza di evadere dalle responsabilità coniugali e genitoriali, organizza festini a base di droga e alcool con i propri amici, senza ascoltare minimante i bisogni della sua compagna.   
La dipendente affettiva, dall’altra parte, nonostante provi una grandissima sofferenza non riesce a staccarsi da questo amore. Soffoca ogni desiderio e interesse individuale per occuparsi dell’altro. 
Nel film viene ben interpretato questo atteggiamento, infatti, la protagonista nel momento del suo dramma non riesce a riconoscere i propri bisogni. Lui le chiede i suoi spazi e lei gli lascia la sua libertà nonostante la trascuri per frequentare amici, la sua ex, anche lei dipendente affettiva. Benché il fratello la esorti sempre alla riflessione, mettendo in risalto gli atteggiamenti negativi che il marito ha nei suoi confronti, lei non riesce a guardare oltre il suo cerchio malato. La dipendente affettiva non riesce ad interrompere la relazione, perché “ama troppo”, non riesce a capire  che il vero amore è quello che ti da autonomia e reciprocità.
Nella dinamica amorosa di questo tipo, l’uomo è dapprima idealizzato come perfetto, poi denigrato come imperfetto.
Guardando queste dinamiche come spettatori del film potremmo definire Tony “succube del re degli stronzi”. In verità una dipendente affettiva ha scelto il suo partner proprio per le sue caratteristiche di narcisista autocompiaciuto e di egocentrico insensibile; ciò produce dinamiche conflittuali senza esito, veri e propri giochi senza fine. In alcuni casi, il gioco fa si che ci sia uno scambio di ruoli in un’altalena senza fine, incorrendo in quello che viene chiamato il Triangolo Drammatico (S. Karpman). All’interno di questa dinamica si alternano tre ruoli diversi: il salvatore, il persecutore e la vittima.
Il Salvatore avverte la necessità di aiutare l’altro, perché ritiene che quest’ultimo sia bisognoso del suo aiuto, mentre, invece, è lui che ha bisogno di sentirsi utile perché sono presenti sensi di colpa o insicurezza ed inferiorità. Il salvatore si preoccupa soltanto di sé e l’aiuto offerto agli altri gli serve per sentirsi accettato e amato dagli altri. La Vittima, dal canto suo, esercita una forte attrattiva sia nei confronti del Salvatore, dal quale riceve attenzioni esagerate e talvolta inutili, sentendosi così aiutato a risollevarsi dalla sue frustrazioni, sia nei confronti del Persecutore, il quale, criticandolo e maltrattandolo, lo convince sempre di più della sua inferiorità e delle sue insicurezze. Infine troviamo il persecutore. Egli nutre disperazione e rabbia che lo spingono ad assumere un atteggiamento punitivo e vendicativo nei confronti di tutti.  Da qui la dolorosa alternanza fra momenti di soggezione romantica e altri in cui si avvia una ribellione, mediante accuse (più o meno vere), insofferenza e sfida, infine mediante il distacco.
Spesso queste dinamiche “amorose”, se così possiamo definirle, sono il copione di molte storie di vita comune. La differenza tra il film e la realtà sta nel fatto che durante la visione della pellicola siamo spettatori, ma nella vita siamo attori e questo ruolo, spesso, non fa vedere con gli occhi giusti. Vincent Cassel e Emmanuelle Bercot interpretano molto bene questi due tipi di personalità, i sentimenti di rabbia, onnipotenza, dipendenza… La regista, allo stesso tempo, è riuscita ha scrivere il copione perfetto dell’amore imperfetto.
 
Dott.ssa Luisana Di Martino
AUTOSTIMA, COPPIA, DIPENDENZA AFFETTIVA, EMOZIONI E SENTIMENTI, PSICOMONDO

Manipolatore perfetto nel teatro di burattini


“Mai più!” Diceva imperiosa la sua volontà. “Domani ancora!” Supplicava il cuore singhiozzante.

 Hermann Hesse

 

 

Doctor Jekyll e Mister Hyde, dolce al cospetto degli altri, ma vendicativo e subdolo alla spalle.

Avete capito di chi stiamo parlando?

Nessun soggetto in particolare, ma solo persone: narcisisti o meglio ancora manipolatori affettivi. Non i narcisisti in generale, coloro che hanno dei tratti inerenti a questa personalità, ma quelli cinico, maligni e patologici. 

Tendenzialmente sono bugiardi, ipocriti e manipolatori affettivi. Hanno un’alta considerazione di loro stessi, esagerano le proprie capacità, appaiono spesso presuntuosi, credono di essere speciali, superiori, di dover essere soddisfatti in ogni loro bisogno e pretendono di avere diritto ad un trattamento particolare. Il tutto risulta condito dal comportamento malizioso che porta tale soggetto ad avere anche tratti borderline, antisociali e paranoici.

L’altro è solo lo specchio in cui si riflettono.

Chi è il manipolatore affettivo

Si tratta di persone altamente danneggiate, che a loro volta hanno subito traumi, maltrattamenti, abusi comportamentali ed emotivi verificatisi in tempi molto precoci e per questo perpetuano il trauma traumatizzando a loro volta.

La vita per loro è paragonabile ad un grande teatro nel quale loro sono i protagonisti burattinai e gli altri non sono che vittime delle loro manovre; proprio come il famoso personaggio della favola di Pinocchio, in burbero Mangiafuoco che da bravo burattinaio muove i fili dei suoi personaggi.

La manipolazione costituisce il fulcro di ogni relazione narcisistica e la perseverazione nella stessa la connota di perversione, ed è l’unica modalità per entrare in contatto con l’altro.

Gli strumenti di manipolazione più diffusi sono:

1) il ricatto affettivo e le minacce

2) la colpevolizzazione

3) le bugie e le lusinghe

4) la denigrazione

5) l’ invadenza

6) le spalle al muro: è la tecnica che chiude il dialogo mettendo in evidenza le contraddizioni dei ragionamenti, manipolandoli in modo tale così da far passare l’altro come una persona incoerente.

Secondo la Dott.ssa Nazare-Aga le azioni tipiche del manipolatore affettivo sono:

–         Colpevolizza gli altri, ricattandoli in nome del legame familiare, dell’amicizia, dell’amore;

–         Critica, svaluta e giudica le qualità, la competenza, la personalità altrui;

–         Utilizza lusinghe per adulare, fa regali o improvvisamente è premuroso;

–       Fa la parte della vittima per essere compatito (esaspera il suo malessere e il carico di lavoro);

–         Deforma e interpreta la verità;

–         Non sopporta le critiche e nega l’evidenza;

–         Mente;

–         E’ egocentrico.

I manipolatori affettivi vengono spesso denominati anche vampiri affettivi in quanto sono personalità che non sanno amare ma solo ‘risucchiare’ forze ed energie al partner.

Ma, chi è la vittima del manipolatore?

Le vittime predilette di questi individui sono infatti persone totalmente incapaci di immaginare che l’altro possa essere ‘distruttivo’, che cercano sempre di trovare delle spiegazioni logiche al suo comportamento e di evitare ogni malinteso. Forse chi non è perverso non può immaginare che possa esistere manipolazione e malevolenza in determinati soggetti.

Di fronte all’attacco perverso le vittime coinvolte affettivamente con i vampiri, si mostrano comprensive e cercano di perdonare. Amore e ammirazione le spingono a pronunciare frasi del tipo Se è così è perché è triste e infelice. Lo aiuterò, lo guarirò!”.

Molte vittime fanno della salvezza dell’altro una vera e propria missione di vita. Ecco che si stabilisce quindi un circuito malsano dove la vittima si nutre della speranza di cambiare l’altro e l’altro sferra senza pietà i suoi attacchi proprio perché nessuno lo contrasta, anzi viene capito e accolto: le vittime si illudono e sperano.

Il fenomeno del narcisismo patologico

Ci troviamo dunque di fronte a coppie formate da narcisisti perversi rigidi e vittime passive che cercano sempre di capire, di giustificare, mettendo da parte la propria dignità e alimentando la falsa speranza che il carnefice raggiunga prima o poi la consapevolezza delle sue azioni.

Ci si chiede spesso perché le vittime non reagiscano; la risposta non è semplice da dare. Probabilmente sono reduci da esperienze infantili dove non hanno sviluppato una sana capacità di espressione delle loro emozioni e bisogni, dove non si sono potute permettere di ‘ribellarsi’. I vampiri affettivi sono ovunque ma spesso risulta difficile riconoscerli e difendersi: con loro, dunque, risulta difficile stabilire una relazione sana ma sarà più facile instaurare un gioco patologico tra la vittima e il suo carnefice.

Dott.ssa Sabrina Agostinone