ADOLESCENZA, FAMIGLIA, GENITORIALITA'

Il Segreto del Figlio

Osservo la vita dei miei figli cresce, diventare autonoma e farsi ai miei occhi sempre più misteriosa.

Penso che questo mistero sia il marchio di una differenza che deve essere preservata e ammirata anche quando può sembrare sconcertante.

Resto sempre stupito di fronte alla loro bellezza e alla loro indolenza.

Infinitamente diversi da come ricordo la mia condizione di figlio.

Eppure così incomprensibilmente uguali.

Non pretendo di sapere o di comprendere nulla della loro vita, che giustamente mi sfugge e mi supera.

Nel camminare fianco a fianco – nel silenzio dei nostri corpi vicini – percepisco il rumore del loro respiro come una differenza inesprimibile.

È un fatto: ogni figlio porta con sé – già nel suo respiro – un segreto inaccessibile.

Nessuna illusione di condivisione empatica potrà mai venire a capo di questa strana prossimità. La gioia tra noi accade proprio quando l’incondivisibile che ci separa, genera una vicinanza senza nessuna illusione di comunione.

I nostri figli sono nel mondo – esposti alla bellezza e all’atrocità del mondo –  senza riparo.

Sono – come tutti noi – ai quattro venti della vita nonostante o grazie all’amore che nutriamo per loro.

Non so davvero nulla della vita dei miei figli, ma li amo proprio per questo.

Sempre alla porta ad attenderli senza però mai chiedere loro di ritornare.

Vicino, non perché li comprendo, ma perché stimo il loro segreto.

 

Milano – Noli – Valchiusella,

gennaio 2017

Il segreto del Figlio, Massimo Recalcati, Feltrinelli 2017

ADOLESCENZA, ASPETTATIVE, CRESCITA PERSONALE, FAMIGLIA

Figli adolescenti, istruzioni per l’uso

L’adolescenza è una fase molto critica del ciclo di vita di una famiglia. Rappresenta il passaggio di un figlio all’età adulta, quella che dovrebbe riscontrarsi in una maggiore autonomia fisica, economica e di pensiero. Tuttavia, in quanto momento di cambiamento, è fatta di turbolenze e stagnazioni.

I compiti evolutivi per gestire i figli adolescenti

I compiti evolutivi a cui sono chiamati a rispondere gli adolescenti, appaiono enormi e drammatici. Questi, infatti devono affrontare la separazione dalle figure genitoriali, la costruzione di nuove relazioni affettive e sviluppare una capacità di pensiero autonomo che si rispecchi poi nell’identità del ragazzo stesso. Un lavoro lungo e faticoso quindi.

I compiti evolutivi non sono solo prerogativa degli adolescenti che vivono sulla loro pelle le variazioni fisiche e psicologiche, ma anche dei genitori, i quali con allarmismo e preoccupazione assistono a tale cambiamento provando una grande difficoltà nel darvi significato.

Il ruolo dei genitori

I genitori dovrebbero trasformarsi in un trampolino di lancio per il volo che si apprestano a fare i loro figli, ma il tutto si complica di fronte alla barriera che si vedono porre davanti: la privacy. Telefonate che si interrompono all’arrivo del genitore, il rintanarsi nella propria stanza che diventa uno “spazio segreto”, profili social schermati onde evitare che mamma o papà scoprano i propri reali e audaci pensieri. La fiducia rappresenta quindi un elemento essenziale per favorire il decorso di questa fase.

Come si possono conciliare questi compiti evolutivi, nell’epoca in cui i social network la fanno da padrone imponendo nuove regole?

La parola chiave penso sia nel termine negoziazione. Le regole familiari sono il punto d’incontro più critico, ma anche il più importante tra genitori e figli in quanto rappresentano la bussola del comportamento dei più giovani per non incappare nelle avversità del mondo esterno. Spesso sono rigide e, a volte, obsolete, ma sicuramente negoziabili in modo da mantenere la propria funzione di “guida” pur riadattandole ai nuovi contesti in cui la generazione dei figli vive.

Uno stile educativo basato sul controllo è inevitabilmente destinato a fallire di fronte all’autonomia tipica di questa età, pertanto i genitori possono solo munirsi di buone antenne, ascolto partecipato e flessibilità di pensiero. Serve quindi un’attenzione vigile ai bisogni dei propri figli, oggi il lavoro degli adulti non è più “evitare che i ragazzi facciano”, ma “aiutare i ragazzi ad essere consapevoli delle proprie scelte”.

D’altronde si sa, il mestiere del genitore è il più difficile e contemporaneamente il più soddisfacente che esista al mondo.

Dott.ssa Ivana Siena

Fonte: La Retorica

COPPIA, CRESCITA PERSONALE, FAMIGLIA

Scelta del partner: cosa si nasconde dietro?

Cosa ci spinge ad innamorarci di una persona piuttosto che di un’altra?

 “Ergetevi insieme, ma non troppo vicini: poiché il tempio ha colonne distanti, e la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.”
(K. Gibran)

La scelta del partner rappresenta una fase molto delicata della vita di ogni essere umano. le domande più frequenti sono: quando ci innamoriamo di qualcuno, si tratta di un evento puramente casuale o no? Cosa esattamente ci guida in questa scelta?

Partiamo, innanzitutto, dal definire il termine coppia. Deriva dal latino “copula” e significa “legame”, “insieme”, “congiunzione” ma la coppia non è solo la somma di due persone: è una profonda interazione in cui ognuno dei soggetti si mette in gioco per creare un sistema dinamico in continua evoluzione.

Alla base della coppia vi è la presenza di un sentimento che viene comunemente chiamato amore. Cancrini (1991) afferma che ci innamoriamo sempre dell’immagine che l’altro ci rimanda di noi, e dell’immagine che a lui rimandiamo. Da questo incrocio e scambio reciproco di immagini scaturisce quella che chiamiamo relazione (Cancrini, Harrison, , p. 44).

“Ci si innamora delle relazioni e non delle persone. […] Ci disinnamoriamo perché l’altro continua a rinviarci sempre le stesse immagini che non ci emozionano più positivamente, o perché le nuove immagini che ci vengono rimandate non ci piacciono. Le immagini ci piacciono a seconda dell’inviante e a seconda del momento del ciclo vitale” (ibidem, p. 40-41).

Ora andiamo più nello specifico, ovvero “perché scegliamo proprio lui/lei”?

La scelta del partner non è mai un fenomeno casuale ma il risultato dell’interazione di variabili sia biologiche che psicologiche. Alla domanda “perché scegliamo un partner”?, le risposte potrebbero esse infinite ma ci sono alcuni fattori che condizionano tale scelta.

Un primo fattore che influenza la scelta del partner è collegato alle vicende personali che hanno caratterizzato le nostre esperienze infantili. John Bowlby fu il primo a dare importanza agli schemi di attaccamento madre-bambino che si strutturano durante l’infanzia e che persistono nell’adulto. Essi fungono, inconsapevolmente, da base per la scelta del partner.

Nella scelta del partner è determinante la qualità del legame che ciascuno di noi ha avuto con i propri genitori o con chi si è preso cura di noi. Possiamo, infatti, decidere o di fare una scelta per “contrasto”, ossia, rifiutare i nostri esempi genitoriali e percorrere strade differenti non ripetendo i loro stessi errori, oppure, si può fare una scelta “complementare” in cui si tenderà a scegliere una donna o un uomo che richiama nella nostra mente il genitore del sesso opposto.

Cosa accade nella fase dell’innamoramento

Inconsapevolmente, durante la fase dell’ innamoramento, ognuno di noi propone all’altro, ma anche a se stesso, un immagine ideale di sé che attirerà, più o meno, il partner a seconda di quanto questa possa corrispondere alla soluzione dei suoi antichi bisogni profondi. Infatti, quanto più una persona ha dovuto reprimere, durante l’infanzia, i propri bisogni vitali per l’impossibilità che i genitori li soddisfacessero, tanto più nella fase dell’innamoramento questi riemergeranno insieme all’illusione che verranno finalmente soddisfatti.

Quindi, la scelta del partner non è legata alle caratteristiche tipiche di quest’ultimo e di conseguenza, durante il ciclo vitale della coppia, sarà necessaria una  nuova strutturazione e rinegoziazione delle aspettative.

Questo significa che quanto più il legame con i nostri genitori è stato soddisfacente in passato, tanto maggiore sarà la fiducia che noi saremo in grado di mettere nella relazione con il nostro partner.

Il ruolo dei bisogni e la famiglia d’origine

Inoltre la scelta del partner è condizionata dalla combinazione tra i bisogni familiari e quelli personali. La prevalenza di un bisogno sull’altro dipende dal livello di maturità della relazione che abbiamo con la famiglia di origine. L’influenza della famiglia di origine riguarda vari aspetti tra i quali: i valori (come deve essere una buona moglie; come deve essere un buon marito) e il mandato familiare, ossia il compito, più o meno esplicito, che ogni famiglia assegna a ciascun membro.

Esso comprende i ruoli che ogni membro sarà chiamato a ricoprire (padre autoritario e lavoratore; madre comprensiva e casalinga) e le aspettative che egli sarà chiamato a soddisfare. Quando i bisogni familiari prevalgono su quelli individuali la scelta del partner si orienta verso caratteristiche esteriori come la posizione sociale o il prestigio sociale.

La conseguenza è che questo tipo di relazione possa soddisfare illusoriamente i bisogni individuali. Di contro, quando a prevalere sono, invece, i bisogni individuali, la scelta del partner è più libera e consapevole e ciò che ne emerge è una relazione dinamica e capace di affrontare le crisi fisiologiche tipiche di ogni coppia.

Solitamente, col passare del tempo e con l’aumento della maturità individuale, la scelta del partner diventa sempre più complessa e legata ad un maggior numero di esigenze personali proprio perché le aspettative e le caratteristiche che si vanno a ricercare cambiano col progredire dell’età e delle esperienze vissute. Pertanto, quanto più le relazioni con la famiglia di origine sono prive di conflitti irrisolti e quanto più le aspettative familiari non saranno rigidamente imperative, tanto più la scelta del partner sarà libera e consapevole.

Dott.ssa Teresa Giuzio

 

 

FAMIGLIA, PSICORIFLESSIONI

Depressione natalizia

Cosa favorisce la depressione natalizia

Euforia collettiva, shopping forzato, riunioni con i parenti rappresentano gli imprescindibili segnali di quella che viene chiamata depressione natalizia.

Per molte persone il Natale diventa uno “spettro” che fa paura.  L’atmosfera natalizia coincide con la fine dell’anno, con lo stilare il bilancio obbligato con se stessi degli eventi più o meno importanti vissuti, con la paura che qualcosa improvvisamente cambi allo scoccare dell’ultima mezzanotte dell’anno e con la sensazione di essere inghiottiti da un futuro tanto pieno di nuove speranze quanto di incertezze.

”Mai come in questo periodo – sottolinea il neurologo Sorrentino – si registra un’incidenza così alta di depressione, a causa del cambio di stagione e delle abitudini, della riduzione della luce e soprattutto del confronto fra l’euforia collettiva e il proprio malessere. Questo clima di felicità a tutti i costi – spiega– aggrava il disagio psichico preesistente, la persona si avvita su se stessa, guarda in maniera pessimistica il proprio passato e si sente sola”.

Il Natale, inoltre,  porta con sé una alterazione dei regolari ritmi di vita, che  espone a stimoli insoliti: le pause dal lavoro portano spesso dei vuoti che non si sa spesso come riempire e la convivenza prolungata e forzata con altre persone, con i ruoli sociali imposti in primis, costringe a fare i conti con aspetti irrisolti delle relazioni, magari anche conflittuali, che generano ansia e tensione.

Quale vissuto?

Il vissuto di solitudine quindi si mescola al senso di colpa nei confronti di chi, nel medesimo contesto invece, vive questo evento come una festa e come momento peculiare di  incontro e ritrovamento dei legami familiari.

Da non sottovalutare inoltre l’angoscia e il senso di vuoto accentuati da eventuali lutti, o perdite,  subiti e non ancora superati.

L’assenza della persona cara, come anche un cambiamento radicale sperimentato,  vengono avvertiti maggiormente quando nelle festività il quotidiano si ferma e il caos dei preparativi diventa solo un fastidioso rumore.

Il malessere percepito come più opprimente è una spia che la mente accende rispetto a qualcosa vissuto come irrisolto o problematico.

Cosa fare per uscirne

L’ascolto di questo segnale è il primo passo per individuare il problema nascosto, la causa vera del dolore ed è un processo fondamentale da parte di colui che lo vive come anche delle persone che lo circondano.

Convertire questo disagio in un’opportunità per guardarsi dentro e conoscersi, imparare a chiedere aiuto sono fasi imprescindibili per superare la depressione natalizia, per andare incontro a una reale rinascita, che rappresenta poi ciò che il significato del Natale vuole insegnare.

Dott.ssa Ivana Siena

COPPIA, EMOZIONI E SENTIMENTI, FAMIGLIA, INFANZIA, SEPARAZIONE

Separazione ai tempi di Ikea

C’è un nuovo spot dell’Ikea, dedicato al tema della separazione, dove un papà bussa alla porta della sua ex compagna perché quel weekend spetta a lui tenere Leon, il loro bambino. I due adulti si salutano con un pizzico di imbarazzo misto a rancore. Probabilmente è la prima volta che si ritrovano in questa situazione dopo la rottura e non sanno ancora quali sono le mosse giuste e quelle da evitare.

Così l’uomo resta sulla soglia della porta con le mani in tasca mentre la donna avverte il bambino dell’arrivo del padre. 

Leon attende seduto sul suo letto e a quel richiamo, zaino in spalla, borsa alla mano, afferra i suoi pennarelli e chiude la porta della stanza rivolgendole un lungo sguardo quasi per fotografarla, portarla con sé e non sentirne la mancanza.
Mentre la macchina corre verso casa del papà, sul finestrino si riflettono degli scenari nuovi per il bambino: strade, palazzi e quartieri insoliti, ancora da conoscere.
 
Allora il piccolo stringe i suoi pennarelli tra le dita: forse ha già nostalgia di casa e quegli oggetti rappresentano l’unico legame con l’ambiente a lui familiare.
Giunti a casa appare ovvio che il papà abbia traslocato da poco, in corridoio c’è ancora uno scatolone con della roba da sistemare e tutto intorno aleggia quella calma piatta tipica di un insediamento recente. Leon va alla sua nuova cameretta, apre la porta e si guarda attentamente intorno con i piedi ancora fissi sull’uscio, poi accenna un sorriso ed entra. Quella che ha davanti è la perfetta riproduzione della camera da letto della casa materna in cui ha sempre dormito, giocato e disegnato, insomma, la sua stanza, tant’è che il bambino non esita a togliersi zaino e giubbino e a sistemare i pennarelli sulla scrivania come è solito fare.
  
Lo spot s’intitola “Every other week” (“Ogni altra settimana”) e appartiene alla campagna “Where life happens” (“Dove ha luogo la vita”) ideata dalla nota azienda svedese per pubblicizzare i suoi prodotti attraverso episodi di vita quotidiana.
In questo caso Ikea decide di raccontare la storia di una giovane coppia di separati con un figlio da crescere a “settimane alterne” e lo fa attraverso poche semplici immagini: l’incontro tra gli ex partner, il borsone pronto ai piedi del bambino, il viaggio in macchina verso la casa del padre e l’approdo in una nuova cameretta. Scena dopo scena entriamo nelle vite dei personaggi, leggiamo le loro emozioni, immaginiamo i loro pensieri, e apprendiamo i loro nuovi rituali. Perché la separazione, una delle più frequenti crisi del ciclo di vita di un individuo, è innanzitutto un cambiamento e in quanto tale tende a spazzare via la nota e cara routine per fare spazio alla sconosciuta e a volte ostica novità.
La famiglia, quindi, è chiamata a modificare le proprie abitudini per far fronte alle nuove esigenze, dal mettere un coperto in meno a tavola alla divisione dei weekend o delle festività (Natale con la mamma, Capodanno col papà).
Cambia anche la definizione stessa di famiglia, ma non la sua essenza. Separandosi l’uomo e la donna smettono di essere una coppia, non di essere genitori, anche se spesso la rabbia o la delusione dei due partner possono avere la meglio sui bisogni di un figlio, mettendoli in secondo piano, se non addirittura dimenticandoli. In questo spot accade l’esatto contrario. La madre apre la porta all’uomo e non si oppone al fatto che il figlio passi del tempo con lui, e quest’ultimo, a sua volta, riproduce la sua cameretta nei minimi dettagli pur di far sentire il bambino “a casa”.  Perché se gli ex non possono tornare indietro per ristabilire l’unione amorosa possono di certo andare avanti e ristabilire un’unione familiare, nel rispetto del figlio, quel frutto che, nonostante tutto, continua ad esistere.
 
Dott.ssa Federica Giglio
Laureta in Psicologia e tirocinante alla Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara