ADOLESCENZA, FAMIGLIA, GENITORIALITA'

Il Segreto del Figlio

Osservo la vita dei miei figli cresce, diventare autonoma e farsi ai miei occhi sempre più misteriosa.

Penso che questo mistero sia il marchio di una differenza che deve essere preservata e ammirata anche quando può sembrare sconcertante.

Resto sempre stupito di fronte alla loro bellezza e alla loro indolenza.

Infinitamente diversi da come ricordo la mia condizione di figlio.

Eppure così incomprensibilmente uguali.

Non pretendo di sapere o di comprendere nulla della loro vita, che giustamente mi sfugge e mi supera.

Nel camminare fianco a fianco – nel silenzio dei nostri corpi vicini – percepisco il rumore del loro respiro come una differenza inesprimibile.

È un fatto: ogni figlio porta con sé – già nel suo respiro – un segreto inaccessibile.

Nessuna illusione di condivisione empatica potrà mai venire a capo di questa strana prossimità. La gioia tra noi accade proprio quando l’incondivisibile che ci separa, genera una vicinanza senza nessuna illusione di comunione.

I nostri figli sono nel mondo – esposti alla bellezza e all’atrocità del mondo –  senza riparo.

Sono – come tutti noi – ai quattro venti della vita nonostante o grazie all’amore che nutriamo per loro.

Non so davvero nulla della vita dei miei figli, ma li amo proprio per questo.

Sempre alla porta ad attenderli senza però mai chiedere loro di ritornare.

Vicino, non perché li comprendo, ma perché stimo il loro segreto.

 

Milano – Noli – Valchiusella,

gennaio 2017

Il segreto del Figlio, Massimo Recalcati, Feltrinelli 2017

FAMIGLIA, GENITORIALITA', PSICOLOGIA DELLO SPORT

Famiglie allo stadio

Il legame tra genitore e figlio rinsaldato dalla comune passione per la propria squadra di calcio e l’importanza delle famiglie allo stadio, un tema di grande attualità che è stato approfondito per FORZAPESCARA.TV .

Calcio e tifo nel legame tra padre e figlio

«E’ sabato pomeriggio e come spesso capita specialmente quando c’è un po’ di sole e non fa freddissimo porto mio figlio a vedere la mia squadra del cuore. Ha quattro anni e mezzo, da sempre l’ho portato ad assaporare l’atmosfera, i seggiolini, il campo verde e 22 ragazzi che danno l’anima per mettersi in evidenza. Non nego che è anche un pretesto per vedere qualunque partita giocata con quella maglia, ma cercare di “educare” il bambino e trasmettergli questa passione, come fece mio padre, è il sogno più grande» (Un tifoso dal web).

Questa è la testimonianza di un tifoso come molti, che comunica attraverso le sue parole, la sua grande passione per il gioco del calcio, ormai un culto a livello nazionale quanto mondiale. Portare i propri figli allo stadio è un modo di lasciare traccia di sé, della propria dedizione ad un interesse che si tramanda di generazione in generazione. Si tratta quindi di un modo alternativo di interpretare l’intensità di un legame forte come può essere quello tra genitore e figli, in particolare tra padre e figlio quando si tratta di calcio.

Ci sono tanti motivi per i quali il calcio piace e appassiona un numero così rilevante di persone. Ciò che ne esprime la vera essenza è la possibilità di sentire sulla pelle le emozioni che trasmette nella consapevolezza che sono le stesse di chi ti sta affianco. In questo contesto, perciò, condividere significa “dividere con” qualcuno i significati delle azioni in campo, le scelte dei suoi protagonisti, l’attesa del goal, l’esultanza della vittoria. Poterlo fare con una persona di famiglia come il proprio figlio è l’apice del’appagamento e racchiude in sé una funzione importantissima, ossia quella di tramandare questa passione che rafforzerà nel tempo il legame di unione tra i due consanguinei.

Calcio come tradizione appresa

Per un genitore che porta la famiglia a vedere la partita, lo stadio rappresenta, con grande probabilità, un luogo che egli stesso nell’infanzia ha imparato a conoscere ed amare in compagnia di suo padre e che ora, in una nuova veste, vive con la sua prole. In questa sorta di passaggio del testimone, adesso è lui a trasmettere il significato di questa esperienza. Inoltre, vedere sugli spalti una donna in dolce attesa è conferma che ci sarà una continuità generazionale di questo interesse.

L’età tipica di “iniziazione” dei bambini allo stadio è intorno ai quattro anni, quando il papà esce dalla sola funzione di sostenitore della maternità della compagna e può assumere realmente il suo ruolo scoprendo il valore del sentirsi pienamente padre. In questo momento di crescita del bambino il triangolo familiare è formato in ogni sua parte e il padre, da regolatore di una relazione a due (madre/bambino), è ora sempre più impegnato ad assolvere ai compiti tipici del Paternage (inteso come cura, dolcezza, autorevolezza, dimensione etica e delle regole trasmesse e condivise). Deve quindi rispondere emotivamente ai bisogni del figlio, ma anche insegnargli a vivere nella società e ad adattarsi alle richieste esterne e, poiché il bambino comunica attraverso il gioco, quello sportivo risulta il contesto migliore per aiutare il genitore in questo compito evolutivo. Si tratta di una vera e propria forma di trasmissione del mandato familiare, vale a dire il compito più o meno esplicito assegnato ai membri di una famiglia riguardo a una serie di ruoli da ricoprire e di scelte da fare.

La prima volta allo stadio

Resta indimenticabile per ogni bambino come per il genitore che vede la faccia del figlio nel momento in cui finalmente si trova sulle gradinate, paralizzato con la bocca aperta. In quell’istante diventa chiaro che anche lui è conquistato dalla magia dello stadio e che da quel momento in poi i due avranno per tutta la vita almeno una passione da condividere.

A rinforzare questa nuova unione ci sono inoltre i rituali: piccoli gruppi di bambini accompagnati da qualche adulto prendono posto sugli spalti, tutti bardati dai colori della propria squadra, ognuno con la maglia personalizzata di nome e numero del proprio idolo (spesso corrispondente allo stesso del padre); gli stessi bambini che intonano strofe di cori in attesa dell’ingresso della squadra e che si siedono rigorosamente nello stesso ordine dell’ultima partita a cui hanno assistito e da cui sono usciti vincenti. Le sciarpe agitate da piccoli diventano parte dell’arredamento della propria stanza ed assumono un valore affettivo incomparabile.

Calcio, unione e condivisione

Il vivere insieme questa esperienza diventa importante al punto che se uno dei due è impossibilitato l’altro difficilmente decide di parteciparvi senza; il legame che si crea in questi eventi è di pura complicità tanto che l’uno può sentirsi incompleto senza l’altro o sentire di tradirlo se decidesse di partecipare comunque.

Si dice che più che il primo bacio, per tutta la vita il tifoso ricorda la sua prima partita vista allo stadio di cui per anni ha conservato il biglietto nel diario scolastico. Mantenere questa tradizione nonostante le difficoltà di oggigiorno è fondamentale perché rappresenta una possibilità di rinsaldare il legame tra padre e figlio attraverso passione, dedizione, complicità e condivisione, tutti elementi distintivi della famiglia.

 

Dott.ssa Ivana Siena

 

FAMIGLIA, GENITORIALITA', INFANZIA

Cos’è il gioco simbolico?

Esprimersi nel gioco

Il gioco svolge un ruolo chiave nello sviluppo del bambino dal punto di vista cognitivo, affettivo e sociale.  Nel gioco spesso il bambino imita ciò che accade nella realtà “facendo finta di”: oggetti, azioni, situazioni presenti vengono utilizzati come simboli per rappresentare qualcosa che non è presente ma che si può immaginare. Questa fase, che compare nel secondo anno di vita, si chiama gioco simbolico ed evidenzia le capacità di rappresentazione dei bambini (Bornstein, O’Reilly, 1993).

Durante il secondo anno di vita, in cui i bambini cominciano a concettualizzare relazioni astratte tra i simboli e i referenti della vita reale, il gioco diventa una modalità fondamentale di rappresentazione mentale.

Piaget (1962) ha posto in stretta relazione il gioco e lo sviluppo cognitivo dei bambini. Il bambino nel primo anno di vita manipola un oggetto alla volta e mette in atto comportamenti riguardanti la sfera sensomotoria. Questo tipo di gioco si chiama esplorativo o non simbolico perché consente di raccogliere informazioni sugli oggetti e sulle loro qualità percettive. Man mano il bambino mette in  atto comportamenti più avanzati manipolando parti di oggetti o giustapponendo due o più oggetti per osservare la relazione.

Durante il secondo anno di vita

Le azioni di gioco diventano ancora più complesse coinvolgendo oggetti che a loro volta possono diventare altri oggetti, come un cubo che diventa una torre. Il gioco diventa così simbolico o di rappresentazione, perché costituisce un mezzo per mettere in atto delle scene simboliche. Secondo la teoria di Piaget il gioco segue uno sviluppo sequenziale ordinale, l’azione e l’esplorazione sono alla base della conoscenza e il gioco simbolico passa da una modalità che coinvolge solo se stesso, come far finta di dormire, a un gioco che coinvolge gli oggetti, come far finta che la bambola mangi.

Lo sviluppo del gioco simbolico avviene secondo cinque stadi di livello:

  • Gioco di passaggio:ossia un’approssimazione di simbolizzazione, come portare il telefono all’orecchio senza parlare;
  • Gioco simbolico diretto a sé:come fingere di dormire;
  • Gioco simbolico diretto ad altri:come abbracciare la bambola;
  • Sequenza di giochi simbolici:come fare il numero e telefonare;
  • Simbolizzazione sostitutiva: quando vengono coinvolti uno o più oggetti sostitutivi, ad esempio usare il cubetto come cornetta e parlare al telefono.

Nel corso del terzo anno di vita, le capacità di mettere in atto delle azioni di gioco più complesse vengono consolidate e messe in atto più frequentemente.

Inoltre, Vigotskij (1978) ha concepito il gioco simbolico non più come un’attività solitaria che evidenzia gli schemi del bambino che già possiede, ma come un’attività formativa che avviene attraverso l’interazione tra il bambino e i genitori (Smolucha, Smolucha, 1998). Perciò lo sviluppo del gioco nel bambino avviene anche grazie all’interazione con l’adulto attraverso l’interazione e rispondendo alle sue richieste.

Egli ha enfatizzato il ruolo dell’interazione per lo sviluppo cognitivo attraverso il concetto di zona di sviluppo prossimale, che indica lo spazio che consente di innalzare il livello di risoluzione dei problemi del bambino sotto la guida di un partner più esperto come la madre, rispetto a una performance spontanea e libera se fosse da solo.

Quindi l’adulto svolge un ruolo di supporto (scaffolding) per lo sviluppo del bambino fino a quando quest’ultimo non ha appreso specifiche abilità che gli consentiranno di essere autonomo. Per questa ragione il gioco consente al bambino di transitare nellazona di sviluppo prossimale, mediante la quale si realizza una anticipazione dello sviluppo.

L’apprendimento è possibile attraverso relazioni significative che costituiscono una specie di impalcatura, che sostiene il bambino, il quale costruisce attivamente lo sviluppo di nuove competenze che vengono interiorizzate. Vygotskij attribuisce, quindi, importanza all’interazione nel processo di apprendimento, che diventa un elemento strutturante verso lo sviluppo e la crescita del bambino.

 

Fonte: dr.ssa A. Cornale davidealgeri.it