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Finché morte non ci separi. Il matrimonio

L’articolo 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma: “Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento”
 
 

Cosa c’è dietro la parola matrimonio?

Etimologicamente deriva dal latino matrimonium, ossia dall’unione di due parole latine, mater, madre, genitrice e munus, compito, dovere; il matrimonium era nel diritto romano un “compito della madre”, intendendosi il matrimonio come un legame che rendeva legittimi i figli nati dalla unione. Analogamente la parola patrimonium indicava il “compito del padre” di provvedere al sostentamento della famiglia.

Da un punto di vista relazionale il matrimonio indica però una fase del ciclo vitale molto delicata, la separazione fisica da un ambiente che fino a quel momento è stato l’unico più familiare, il distacco da abitudini, la differenziazione dalla famiglia d’origine, tutti gradini fondamentali per passare al piano successivo di questo palazzo chiamato famiglia.

Ogni individuo infatti, progressivamente si crea un proprio spazio personale e cerca di accrescerlo sperimentando nuovi modi di mettersi in relazione con l’altro, in questo caso il partner scelto. Il rischio in questa fase è di un blocco, o di un passaggio incompleto, ossia apparentemente si passa alla fase successiva di relazione pur non modificando le relazioni interpersonali con la famiglia d’origine e le modalità di funzionamento del sistema familiare precedente.

Non è raro che ci si sposi pur non essendosi differenziati totalmente dalla famiglia d’origine. Ciò non vuol dire che deve esserci un rifiuto del precedente stile familiare acquisito, al contrario, differenziarsi significa acquisirlo, farlo proprio, mantenendo una giusta flessibilità nel modellarlo in base alle esigenze personali e del nuovo nucleo che con il matrimonio si sta formando.

I due individui diventano coppia, ciò significa che devono essere state acquisite da entrambe le parti una serie di competenze affettive, sociali, cognitive che permettano di stabilire legami stabili.

Spesso attraverso il matrimonio si ricerca un riconoscimento sociale che contribuisce a sentirsi parte di questo nuovo sistema a due che si sta formando. Le motivazioni che portano all’ufficializzazione formale di una relazione sono di vario genere, e solitamente non sono uniche: motivazioni sentimentali o sessuali che necessitano di un’approvazione sociale o religiosa, motivazioni economiche, patrimoniali o politiche che invece richiedono una legittimazione giuridica e quant’altro.

In realtà la tendenza ad ufficializzare riflette il tramandarsi di miti familiari, di mandati che vengono acquisiti inconsapevolmente da ognuno dei partner e che fungono da corollario di regole implicite che vanno discusse e ridefinite nel tempo. Le difficoltà più grandi di questa fase, come l’assestamento e la paura che non sia “per sempre”, trovano soluzione attraverso la ricerca del “tempo della coppia” che non sia semplicemente una sincronizzazione degli orologi, ma un tempo interno della coppia nel quale i partner si organizzano i rispettivi compiti di sviluppo.

Il matrimonio è stato tradizionalmente un prerequisito per creare una famiglia, che solitamente costituisce un mattone costruttivo di una comunità o società. Perciò, non solo serve gli interessi di due individui, ma anche gli interessi dei loro figli e della società di cui fanno parte.

Oggi, più che in passato, può essere frutto di una vera scelta reciproca visto che è finalmente libero da costrizioni e finti idealismi.

Dott.ssa Ivana Siena

 


Pubblicato da Ivana Siena

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