ADOLESCENZA, FAMIGLIA, GENITORIALITA'

Il Segreto del Figlio

Osservo la vita dei miei figli cresce, diventare autonoma e farsi ai miei occhi sempre più misteriosa.

Penso che questo mistero sia il marchio di una differenza che deve essere preservata e ammirata anche quando può sembrare sconcertante.

Resto sempre stupito di fronte alla loro bellezza e alla loro indolenza.

Infinitamente diversi da come ricordo la mia condizione di figlio.

Eppure così incomprensibilmente uguali.

Non pretendo di sapere o di comprendere nulla della loro vita, che giustamente mi sfugge e mi supera.

Nel camminare fianco a fianco – nel silenzio dei nostri corpi vicini – percepisco il rumore del loro respiro come una differenza inesprimibile.

È un fatto: ogni figlio porta con sé – già nel suo respiro – un segreto inaccessibile.

Nessuna illusione di condivisione empatica potrà mai venire a capo di questa strana prossimità. La gioia tra noi accade proprio quando l’incondivisibile che ci separa, genera una vicinanza senza nessuna illusione di comunione.

I nostri figli sono nel mondo – esposti alla bellezza e all’atrocità del mondo –  senza riparo.

Sono – come tutti noi – ai quattro venti della vita nonostante o grazie all’amore che nutriamo per loro.

Non so davvero nulla della vita dei miei figli, ma li amo proprio per questo.

Sempre alla porta ad attenderli senza però mai chiedere loro di ritornare.

Vicino, non perché li comprendo, ma perché stimo il loro segreto.

 

Milano – Noli – Valchiusella,

gennaio 2017

Il segreto del Figlio, Massimo Recalcati, Feltrinelli 2017

FAMIGLIA, PSICORIFLESSIONI

Depressione natalizia

Cosa favorisce la depressione natalizia

Euforia collettiva, shopping forzato, riunioni con i parenti rappresentano gli imprescindibili segnali di quella che viene chiamata depressione natalizia.

Per molte persone il Natale diventa uno “spettro” che fa paura.  L’atmosfera natalizia coincide con la fine dell’anno, con lo stilare il bilancio obbligato con se stessi degli eventi più o meno importanti vissuti, con la paura che qualcosa improvvisamente cambi allo scoccare dell’ultima mezzanotte dell’anno e con la sensazione di essere inghiottiti da un futuro tanto pieno di nuove speranze quanto di incertezze.

”Mai come in questo periodo – sottolinea il neurologo Sorrentino – si registra un’incidenza così alta di depressione, a causa del cambio di stagione e delle abitudini, della riduzione della luce e soprattutto del confronto fra l’euforia collettiva e il proprio malessere. Questo clima di felicità a tutti i costi – spiega– aggrava il disagio psichico preesistente, la persona si avvita su se stessa, guarda in maniera pessimistica il proprio passato e si sente sola”.

Il Natale, inoltre,  porta con sé una alterazione dei regolari ritmi di vita, che  espone a stimoli insoliti: le pause dal lavoro portano spesso dei vuoti che non si sa spesso come riempire e la convivenza prolungata e forzata con altre persone, con i ruoli sociali imposti in primis, costringe a fare i conti con aspetti irrisolti delle relazioni, magari anche conflittuali, che generano ansia e tensione.

Quale vissuto?

Il vissuto di solitudine quindi si mescola al senso di colpa nei confronti di chi, nel medesimo contesto invece, vive questo evento come una festa e come momento peculiare di  incontro e ritrovamento dei legami familiari.

Da non sottovalutare inoltre l’angoscia e il senso di vuoto accentuati da eventuali lutti, o perdite,  subiti e non ancora superati.

L’assenza della persona cara, come anche un cambiamento radicale sperimentato,  vengono avvertiti maggiormente quando nelle festività il quotidiano si ferma e il caos dei preparativi diventa solo un fastidioso rumore.

Il malessere percepito come più opprimente è una spia che la mente accende rispetto a qualcosa vissuto come irrisolto o problematico.

Cosa fare per uscirne

L’ascolto di questo segnale è il primo passo per individuare il problema nascosto, la causa vera del dolore ed è un processo fondamentale da parte di colui che lo vive come anche delle persone che lo circondano.

Convertire questo disagio in un’opportunità per guardarsi dentro e conoscersi, imparare a chiedere aiuto sono fasi imprescindibili per superare la depressione natalizia, per andare incontro a una reale rinascita, che rappresenta poi ciò che il significato del Natale vuole insegnare.

Dott.ssa Ivana Siena

COMUNICAZIONE, COPPIA, INFANZIA

Paternità e Sindrome della Leonessa

Il pater familias ha rappresentato per secoli la funzione del padre all’interno della famiglia. In una rigida ripartizione di funzioni con il ruolo materno, preposto all’educazione più che alla cura dei figli, il padre ha rappresentato in seno alla famiglia la legge e l’ordine, la continuità della tradizione ed ha avviato la prole alla vita sociale.

La figura paterna, che rompe il sodalizio madre-bambino, ha la funzione di distogliere il bambino da un vissuto di totale e continua disponibilità della figura materna.

Se la fusione madre-bambino si protrae nel tempo il padre ne è escluso o si auto-esclude, il rapporto di coppia ne risente creando un vuoto in cui il bambino si annida con il consenso della madre e la complicità del padre (figli che dormono nel lettone e padri sul divano che rinunciano al proprio ruolo di partner e alla propria funzione di oggetto-separatore).

Nell’affermare questo ruolo paterno molto incide l’atteggiamento della madre, ovvero la sua disponibilità ad includere il partner nel dialogo esistente tra lei ed il bambino, di citarlo, di ricordarlo e riconoscerlo come presenza significativa ed autorevole.

Diventa importante, inoltre, che la madre presenti un’immagine forte e degna di stima del padre in quanto per il bambino questo rappresenterà un elemento di grande importanza per la formazione del senso di sicurezza nelle proprie capacità e di autostima. L’essere amati, compresi, guidati da qualcuno che si reputa di valore ha un impatto più positivo sullo sviluppo dell’identità del bambino rispetto al crescere con un’immagine di un genitore che sia stato ripetutamente svalutato e ridicolizzato dall’altro.

Già durante la gravidanza egli è chiamato a svolgere una funzione contenitiva, condividendo con la sua compagna le ansie e le preoccupazioni che le trasformazioni corporee della gestazione possono generare, così come sarà chiamato, alla nascita del figlio, a svolgere una funzione protettiva per la delicata esperienza della coppia madre-bambino. L’idea tradizionale di padre può influire negativamente in questa fase creando distanza.

L’intimo avvicinamento dei padri all’esperienza della maternità può, da un lato far emergere  sentimenti più espliciti di tenerezza e condivisione, dall’altro può far affiorare un naturale senso di esclusione, se non di gelosia o di invidia, sentimenti a cui è spesso difficile dare una collocazione.
Dal punto di vista femminile l’aiuto paterno, seppur sollecitato, viene in determinati casi vissuto come un’invasione di campo. È  una reazione abbastanza comune dopo il parto che se esasperata può trasformarsi in quella che è stata definita “la sindrome della leonessa”.

La sindrome della leonessa è una distorsione della percezione delle cose e degli avvenimenti che circondano una mamma e la fanno diventare ossessivamente gelosa come una leonessa con i suoi cuccioli. Il paragone con la leonessa viene proprio dal modo in cui questo animale vive il rapporto con la propria prole: estremamente possessiva e protettiva, anche a costo della vita. La gelosia nei conforti di un neonato è normale, ma in alcuni casi può diventare patologica e causare nella madre un irrefrenabile istinto a tenerlo tutto per sé, nascondendolo dagli altri.

A volte la gelosia è così forte da considerare pericoloso addirittura il partner.
In una situazione simile si giunge rapidamente a un tracollo dell’equilibrio di coppia, perché l’arrivo di un bambino, benché evento stupendo per entrambi i genitori, porta comunque a una destabilizzazione iniziale, a causa dello sconvolgimento delle abitudini quotidiane e dell’inizio di grandi responsabilità da assumere.

Mentre alcune madri si rendono conto del loro atteggiamento esageratamente protettivo e geloso nei confronti del proprio figlio, altre tendono invece a esacerbarlo, convinte di agire nel modo corretto e giudicano invasivi e inopportuni i consigli da parte di parenti ed amici.
Le donne che vivono la sindrome della leonessa si pongono quindi in fase di difesa, pronte ad aggredire chiunque attacchi il loro cucciolo, anche se la “minaccia” dovesse provenire dal padre.
Le giustificazioni che le stesse donne danno del loro comportamento, denotano un totale distaccamento dalla realtà: hanno, infatti, paura che i propri figli possano essere contagiati da batteri e malattie portate da parenti o amici che potrebbero avere le mani sporche e toccano il bambino; temono che il neonato possa trovarsi a disagio tra le braccia di qualcun altro e che l’unico posto sicuro sia restare nel grembo materno; sono gelose delle troppe attenzioni da parte di terzi intenzionati ad “usurpare” l’affetto materno.

La rabbia che si genera verso gli altri, la gelosia patologica e l’ansia che coglie una madre affetta dalla sindrome della leonessa vanno oltre il semplice istinto materno di difesa.
Il marito, o compagno, di una donna affetta da sindrome della leonessa, dovrebbe cercare una comunicazione diretta, rassicurante, protettiva, con lei, la cui morbosità è probabilmente dovuta ad una insicurezza di fondo, legata alla nostalgia della gravidanza e al momento di felicità, gioia e aspettative vissute in quella circostanza.

leone e leonessa

Il sentimento predominante nel padre è il sentirsi escluso: esclusione sia dal rapporto madre-figlio che dalla coppia coniugale, il quale viene messo a dura prova dalla lotta per ritrovare una nuova intimità.

Laddove c’è una leonessa escludente, però, spesso c’è un leone che non riesce a reinserirsi nel nuovo menage.

Questo accade perché avviene uno spostamento del focus di attenzione che mette l’uomo in crisi rispetto alla sua importanza per la compagna. Se i sentimenti di inadeguatezza che si vengono a formare sono supportati da una personalità insicura del nuovo padre, o da un esempio maschile altrettanto esitante vissuto nella propria famiglia d’origine, le difficoltà a ritrovare la propria collocazione saranno maggiori.

Per i papà, i cambiamenti dettati dall’arrivo di un figlio sono più faticosi e difficili da accettare in quanto, a differenza di una donna, ha una minore possibilità di prepararsi adeguatamente a livello emotivo alla nascita del bambino, perché non vivono sulla propria pelle la gravidanza. La preparazione c’è, ma è sempre ideale e non concreta come il sentire il bimbo nella propria pancia. Inoltre la maggior parte delle donne hanno la possibilità di allattare al seno e questo aiuta le mamme a creare rapidamente un legame emotivo e fisico con il piccolo, mentre i padri possono contribuire soltanto artificialmente.

Rimane, dunque, di fondamentale importanza che il papà instauri fin da subito un legame con il proprio figlio. Per fare questo è importante anche dedicarsi semplicemente al cambio di un pannolino o ad una passeggiata con la carrozzina.

Costruire un rapporto personale con il proprio figlio, fin dai primi vagiti, aiuta i papà a non sentirsi esclusi da questo nuovo menage familiare e la collaborazione della mamma è essenziale.

E’ necessario dare importanza alla coppia, parlarsi e non dimenticarsi che è la coppia ad aver scelto di avere un figlio ed è la coppia il fondamento basilare di una famiglia.

Riuscire a passare del tempo insieme, nonostante la stanchezza, e recuperare un minimo di intimità aiuta i neo genitori a non sentirsi esclusi dal rapporto di coppia. La serenità emotiva, fisica e sessuale dei genitori è alla base della serenità del nuovo arrivato.

Il padre non è semplicemente la luce che illumina la diade madre-bambino ma è, assieme a loro, l’essenza di un quadro in cui ogni singola parte ha senso solo in relazione alle altre.

Dott.ssa Ivana Siena

COPPIA, EMOZIONI E SENTIMENTI, FAMIGLIA, INFANZIA, SEPARAZIONE

Separazione ai tempi di Ikea

C’è un nuovo spot dell’Ikea, dedicato al tema della separazione, dove un papà bussa alla porta della sua ex compagna perché quel weekend spetta a lui tenere Leon, il loro bambino. I due adulti si salutano con un pizzico di imbarazzo misto a rancore. Probabilmente è la prima volta che si ritrovano in questa situazione dopo la rottura e non sanno ancora quali sono le mosse giuste e quelle da evitare.

Così l’uomo resta sulla soglia della porta con le mani in tasca mentre la donna avverte il bambino dell’arrivo del padre. 

Leon attende seduto sul suo letto e a quel richiamo, zaino in spalla, borsa alla mano, afferra i suoi pennarelli e chiude la porta della stanza rivolgendole un lungo sguardo quasi per fotografarla, portarla con sé e non sentirne la mancanza.
Mentre la macchina corre verso casa del papà, sul finestrino si riflettono degli scenari nuovi per il bambino: strade, palazzi e quartieri insoliti, ancora da conoscere.
 
Allora il piccolo stringe i suoi pennarelli tra le dita: forse ha già nostalgia di casa e quegli oggetti rappresentano l’unico legame con l’ambiente a lui familiare.
Giunti a casa appare ovvio che il papà abbia traslocato da poco, in corridoio c’è ancora uno scatolone con della roba da sistemare e tutto intorno aleggia quella calma piatta tipica di un insediamento recente. Leon va alla sua nuova cameretta, apre la porta e si guarda attentamente intorno con i piedi ancora fissi sull’uscio, poi accenna un sorriso ed entra. Quella che ha davanti è la perfetta riproduzione della camera da letto della casa materna in cui ha sempre dormito, giocato e disegnato, insomma, la sua stanza, tant’è che il bambino non esita a togliersi zaino e giubbino e a sistemare i pennarelli sulla scrivania come è solito fare.
  
Lo spot s’intitola “Every other week” (“Ogni altra settimana”) e appartiene alla campagna “Where life happens” (“Dove ha luogo la vita”) ideata dalla nota azienda svedese per pubblicizzare i suoi prodotti attraverso episodi di vita quotidiana.
In questo caso Ikea decide di raccontare la storia di una giovane coppia di separati con un figlio da crescere a “settimane alterne” e lo fa attraverso poche semplici immagini: l’incontro tra gli ex partner, il borsone pronto ai piedi del bambino, il viaggio in macchina verso la casa del padre e l’approdo in una nuova cameretta. Scena dopo scena entriamo nelle vite dei personaggi, leggiamo le loro emozioni, immaginiamo i loro pensieri, e apprendiamo i loro nuovi rituali. Perché la separazione, una delle più frequenti crisi del ciclo di vita di un individuo, è innanzitutto un cambiamento e in quanto tale tende a spazzare via la nota e cara routine per fare spazio alla sconosciuta e a volte ostica novità.
La famiglia, quindi, è chiamata a modificare le proprie abitudini per far fronte alle nuove esigenze, dal mettere un coperto in meno a tavola alla divisione dei weekend o delle festività (Natale con la mamma, Capodanno col papà).
Cambia anche la definizione stessa di famiglia, ma non la sua essenza. Separandosi l’uomo e la donna smettono di essere una coppia, non di essere genitori, anche se spesso la rabbia o la delusione dei due partner possono avere la meglio sui bisogni di un figlio, mettendoli in secondo piano, se non addirittura dimenticandoli. In questo spot accade l’esatto contrario. La madre apre la porta all’uomo e non si oppone al fatto che il figlio passi del tempo con lui, e quest’ultimo, a sua volta, riproduce la sua cameretta nei minimi dettagli pur di far sentire il bambino “a casa”.  Perché se gli ex non possono tornare indietro per ristabilire l’unione amorosa possono di certo andare avanti e ristabilire un’unione familiare, nel rispetto del figlio, quel frutto che, nonostante tutto, continua ad esistere.
 
Dott.ssa Federica Giglio
Laureta in Psicologia e tirocinante alla Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara
COMUNICAZIONE, COPPIA, FAMIGLIA, INFANZIA

La coppia dopo la nascita del primo figlio

Diventare genitori costituisce una tappa fondamentale della vita di coppia. La relazione tra i due partner, che prima li coinvolgeva in maniera esclusiva, ora deve essere condivisa con una terza persona, il bambino, con tutte le sue esigenze e i suoi bisogni.
 
Questa transizione può essere vissuta in modo più o meno critico e può portare con sé ansie e preoccupazioni.
Una dinamica importante che emerge con la nascita del primo figlio è la ristrutturazione della propria identità individuale e di quella di coppia. I partner diventano genitori e devono confrontarsi con i compiti e le mansioni che questo comporta. Non si è più soltanto individuo in relazione all’altro membro della coppia ma si diventa mamma e papà, responsabili di una terza persona che per molto tempo dipenderà in tutto e per tutto dalle cure genitoriali.
Dedicare gran parte del tempo al nuovo arrivato potrebbe portare a perdere di vista ciò che fino a quel momento era l’intimità della coppia: il tempo prima dedicato al rapporto a due, ora è impiegato principalmente per il bambino e gli spazi di coppia acquistano una connotazione completamente diversa, fatta di biberon tutine e bavaglini.
In alcuni casi può svilupparsi un attaccamento eccessivo della madre verso il bambino, cosa che potrebbe portarla a trascurare il partner, facendolo sentire estromesso dalla nuova relazione madre-figlio, con conseguenti insoddisfazioni affettive e risentimenti che si ripercuotono all’interno del rapporto di coppia.
Tuttavia è possibile far sì che un momento così tanto atteso, come quello dell’arrivo del primo figlio, non si trasformi in un momento particolarmente difficile e critico per la coppia?
Riflettere sulle motivazioni per cui si desidera un figlio è un buon punto di partenza. Non si può infatti pensare che un figlio risolva eventuali problemi all’interno della coppia, né che andrà a riempire vuoti affettivi individuali. Quando un bimbo viene al mondo è già caricato di una serie di aspettative e desideri che lo riguardano,  investirlo di responsabilità di cui non può farsi carico piuttosto che affrontare i problemi preesistenti sarebbe ingiusto sia nei suoi confronti sia nei confronti di se stessi e del proprio partner.
 
coppia in attesa
Una coppia felice in attesa del primo figlio
È fondamentale, inoltre, non perdere di vista la coppia. Un maggiore investimento di tempo ed energie sul nuovo arrivato è fisiologico, ma è importantissimo mantenere un dialogo costante con il proprio partner, confidargli paure e desideri e coltivare i propri momenti e i propri spazi di coppia, in cui il bambino non sia presente o lo sia soltanto in modo marginale.

 

Solo così entrambi i partner potranno sentirsi coinvolti reciprocamente nel processo di allargamento della famiglia, con tutte le difficoltà e le conquiste che essa comporta e contemporaneamente continuare a sentirsi coppia e mantenere a la propria intimità. 
Dott.ssa Angela Liberali
 
Laureata in Psicologia e tirocinante presso la 
Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara