ASPETTATIVE, AUTOSTIMA, CRESCITA PERSONALE, EMOZIONI E SENTIMENTI, NUOVE DIPENDENZE

La paura della solitudine

Non sappiamo più stare da soli. La solitudine, sotto ogni sfaccettatura del termine spaventa.

In moltissimi cercano di evitarla, altri ancora di contrastarla perché è un’esperienza vissuta con angoscia la maggior parte delle volte. Immergersi nel lavoro, mescolarsi tra la gente, lasciarsi catturare da un programma televisivo e ancora, chattare con conoscenti o estranei, scorrere le bacheche dei social dei propri contatti sono tutte strategie di gestione della solitudine che lasciano il tempo che trovano.

Le amicizie possono trasformarsi in “sopportazione forzata” del tempo passato con quella persona che magari non piace davvero, pseudorelazioni che sono riempitivi illusori, solo per evitare di affrontare il senso di vuoto.

La paura della solitudine

Vivere la solitudine significa mettersi in ascolto di sé, e quando attraverso di essa si percepisce il senso di abbandono e di isolamento la paura sopraggiunge.

Pier Paolo Pasolini diceva che

Bisogna essere molto forti per amare la solitudine. Amarla e capirla.

Guardarsi negli occhi come se si stesse allo specchio, riconoscere dove sono le proprie energie vitali, quali sono i propri progetti, cosa si sta facendo davvero per realizzare i propri sogni. Quando tutto questo porta un bilancio negativo è difficile prenderne consapevolezza e la solitudine diventa una grande nemica perché enfatizza tutte le scelte fatte e quelle che non si ha avuto mai il coraggio di fare.

La solitudine produttiva

La solitudine però non è assolutamente una nemica, ma un’opportunità. Stare soli per un po’ di tempo aiuta a riflettere su quello che sta accadendo su chi si è davvero ed è quindi un momento necessario per accogliere la nascita di qualcosa di nuovo e mai pensato.

Lo stare soli porta a crescere e diventare autonomi.

All’interno di quei vuoti ci sono ricordi ed emozioni che spesso intristiscono perché vengono vissuti come mancanze, qualcosa che non abbiamo più. Se viene rovesciata questa visuale, dalle mancanze si possono individuare i desideri e raccogliere così le proprie autentiche energie e indirizzarle verso qualcosa di positivo da raggiungere.

Il segreto per star bene da soli

La differenza la fanno le risorse interiori, la fiducia in se stessi, in una parola più completa l’autostima.

Avere stima di sé significa dare valore a quel che di buono sentiamo appartenerci, ma anche rispettare le nostre manchevolezze, in quanto se esistono è perché in quel momento non eravamo pronti a “fare”. Lo star soli può diventare così una scelta e non una costrizione dolorosa.

Riempire la solitudine con la nostra presenza e non con abitudini, sagome o presenze virtuali che scavano ancora più a fondo in quel vuoto già esistente.

L’intensità dei nostri sentimenti, l’accettazione di ciò che siamo, la nostra creatività sono i veri strumenti per colmare e non per riempire soltanto.

L’autonomia dietro la solitudine

Con la solitudine produttiva si guadagna in autonomia, infatti non si sente più il “bisogno” di altri e si rompe ogni forma di dipendenza affettiva verso qualunque figura.

Insomma stare soli serve principalmente a capire cosa significhi la presenza dell’altro, ma soprattutto significa scegliere con chi voler stare.

Ivana Siena

COMUNICAZIONE, PSICONCOLOGIA

Il coraggio di chiamarla malattia

Un semplice dolore, fastidio, un esame di routine … e tutto cambia, è la malattia.
La maggior parte delle persone, almeno una volta l’anno, si reca dal medico di famiglia per farsi prescrivere un emocromo. Questo semplice esame, però, per alcuni è l’inizio di un susseguirsi di accertamenti, approfondimenti, indagini, fino ad arrivare un giorno, ad una diagnosi:
“lei ha un carcinoma…, lei ha una neoplasia…, dagli esami effettuati è emerso che lei ha delle metastasi…”

Quando si scopre una malattia

Il camice bianco parla, e tutto a un tratto ci si sente frastornati, stanchi, affaticati, gli occhi seguono il labiale, ma la mente è spenta e prima che ce ne rendiamo conto, siamo fuori dalla stanza, con un nuovo foglio tra le mani e un nuovo appuntamento.
Da quel momento la bocca resta in silenzio e gli occhi iniziano ad urlare: “ho Paura”. Ed è questo il sentimento più legittimo, ma probabilmente non lo è il silenzio che ne consegue. Nelle righe successive cercherò di argomentare al meglio questo pensiero.

La mia esperienza con la malattia

Nulla accade per caso. Pensate io sono la figlia di un ex-paziente oncologico e poi ho avuto il piacere di trascorrere, come tirocinante in psicologia, sei mesi della mia vita nel reparto di Oncologia Medica di un ospedale del centro Italia. Cosa ho imparato da questa esperienza? Ad amare ogni secondo della mia vita e di chi mi sta accanto.
Quotidianamente siamo presi da impegni, scadenze, ritmi di vita a volte soffocanti e tutto questo molto spesso ci fa perdere l’orientamento, ciò che desideriamo e sentiamo realmente. Poi un giorno arriva una diagnosi e iniziano i “se” e i “ma”, arrivano i compromessi, i rimpianti, i sensi di colpa, senza renderci conto che stiamo continuando a perdere tempo, il tutto aggravato da quel senso di paura che si chiama morte.

La mia paura

Ogni volta che si presenta un evento avverso nella nostra vita la domanda che sorge spontanea è: “perché proprio a me?”. Io stessa, a suo tempo, mi sono posta questa domanda, senza trovare risposta, allo stesso tempo non avevo nemmeno il coraggio di esternare questa preoccupazione, sapete perché? Perché avrei ammesso a me stessa e agli altri di aver paura.
Spesso si crede che esternare questo sentimento sia indice di debolezza. Vi posso assicurare che non è così. Tenere nascosta la paura vuol dire morire prima del tempo, come se ad ucciderti non fosse il cancro, ma tu e il tuo maledetto silenzio, quella stupida convinzione che meno se ne parla e meglio è. Idiozia.

Il vero nemico è il silenzio

Spesso ho sentito parenti che chiedevano al medico o allo psicologo stesso di tacere sulla diagnosi, anche io sono stata una di quelle che ha omesso, o meglio lo pensava.
Tale richiesta ha motivo di esistere in quanto si crede sia necessario proteggere la persona colpita dal male, proteggerla attraverso il silenzio, la negazione. Pensateci un attimo però… Secondo voi è possibile che un malato di cancro non sappia cosa sta per affrontare e cosa rischia? Inoltre, senza contare tutta l’informazione che si fa oggi su queste malattie, pensate davvero che chi è costretto a sottoporsi a tali cure non sappia cosa sia una chemioterapia? Una radioterapia? Sembra incredibile e poco realistico!!! È a loro che viene inserito un ago nelle vene, iniettato un medicinale che il più delle volte ti da nausea, vomito, diarrea, fa cadere i capelli, ti provoca dolore fisico…

La paura e il dolore spesso sono raccontati solo con gli occhi.

Quegli occhi urlano smarrimento, tensione, negazione.

Condividere le emozioni, per molti di questi pazienti, non assicura loro la guarigione, ma assicura “il non sentirsi soli” e meno affaticati. Vi sembra poco? Pensate ad un’azione quotidiana banale, esempio portare la spesa a casa, se si è in due il peso è minore perché condividiamo quel carico. La stessa cosa accade per le emozioni. Dire “ho paura”, ammetterlo a noi stessi oltre che allo stesso caro, affetto da questa malattia, aiuterà entrambi a LOTTARE.
Probabilmente la storia avrà un finale nefasto e chi continuerà a vivere, soffrirà della mancanza di quel corpo che non vedrà più, di quell’abbraccio che faceva sentire protetti, di quella voce che  rassicurava, ma se si riesce ad esternare ciò che si prova davvero, aiuta a compensare le mancanze materiali attraverso i ricordi. Gioiosi o dolorosi che siano, li sentirete vivi, perché esternare il proprio vissuto attutisce, o elimina del tutto, il rimorso di quelle parole non dette.
 
La malattia purtroppo ci sarà sempre, ciò che ancora oggi manca è il coraggio di esprimere il dolore e la convinzione che sia meglio che anche l’ammalato lo possa esprimere, con l’unico intento di sentirsi meno solo e sconfitto.

 

Dott.ssa Luisana Di Martino