ASPETTATIVE, CICLO DI VITA, CRESCITA PERSONALE, PSICORIFLESSIONI

Il senso della vita o della morte

Il giardino delle delizie Il senso della vita

“Forse è la morte a rendere la vita ancor più vitale e preziosa”

Una riflessione su come viviamo la nostra vita spesso ignorando, volutamente e in mille modi diversi, la consapevolezza che esiste la morte e che proprio questa, nella sua irrimediabile oggettività, condiziona la scelta di COME viverla.

Un dialogo tra un analista ed un gatto offerto dall’opera “Il senso della vita” di Irvin D. Yalom, Neri Pozza Editore, 2016.

Buona lettura.

“Dici che ti piace il modo in cui procede la tua vita in questo momento. Me ne vuoi parlare? Come si svolge la tua giornata tipo?”

L’imperturbabilità di Ernest sembrò far rilassare Merges, che smise di guardarlo con occhio torvo, si accomodò sulle sue zampe posteriori e rispose con calma:”La mia giornata? Senza eventi di rilievo. Non ricordo molto della mia vita”.

“Che cosa fai tutto il giorno?”

“Aspetto. Aspetto di essere chiamato da un sogno.”

“E tra un sogno e l’altro?”

“Te l’ho detto. Aspetto.”

“Tutto qui?”

“Aspetto.”

“Questa è la tua vita, Merges? E ne sei soddisfatto?”

Merges annuì.”Se si considera l’alternativa” disse, mentre con grazia si rovesciava sulla schiena e si occupava del pelo sul ventre.

“L’alternativa? Intendi il fatto di non vivere?”

“La nona vita è l’ultima.”

“E vuoi che questa tua ultima vita continui per sempre.”

“Non lo vorresti anche tu? Non lo vorrebbe chiunque?”

“Merges, sono colpito da un’incongruenza in quello che stai dicendo.”

“I gatti sono animali profondamente logici. A volte la cosa non è apprezzata a causa della nostra abilità a prendere decisioni rapide.”

“Ecco l’incongruenza. Dici di volere che la tua nona vita continui, ma in effetti non la stai vivendo. Stai semplicemente esistendo in una sorta di animazione sospesa.”

“Non sto vivendo la mia nona vita?”

“L’hai detto tu stesso: ti limiti ad aspettare. Ti dirò quello che mi passa per la testa. Una volta un famoso psicologo ha detto che alcune persone hanno così paura del debito riscosso dalla morte che rifiutano di accettare il prestito della vita”.

“Il che significa? Parla chiaro” disse Merges, che aveva smesso di leccarsi il ventre e adesso sedeva accosciato.

“Significa che sembri avere così paura della morte da astenerti dall’entrare in pieno nella vita. È come se tu avessi paura di consumarla. Ricordi quello che mi hai insegnato solo pochi minuti fa a proposito dello spirito felino? Dimmi, Merges, dov’è adesso il territorio che difendi? Dove sono i gatti maschi con i quali ti batti? Dove sono le femmine libidinose e gementi che sottometti? E perché” chiese infine Ernest, enfatizzando ogni parola, “permetti al prezioso seme di Merges di restare inutilizzato?”

Mentre Erenst parlava, la testa di Merges s’era abbassata. Poi in modo quasi lugubre, il gatto chiese: “Così tu hai una sola vita? E a che punto di questa vita sei arrivato?”

“All’incirca a metà.”

“Come puoi sopportarlo?.”Mi chiedi come faccio a sopportarlo? Be’ innanzitutto non pensandoci. A volte perfino me ne dimentico. E alla mia età non è troppo dura.”

“Alla tua età? Che significa?”

“Noi umani passiamo attraverso vari stadi dell’esistenza. Da piccoli pensiamo moltissimo alla morte, alcuni di noi ne sono addirittura ossessionati. Non è difficile scoprire l’esistenza della morte. Basta guardarsi intorno e si vedono cose morte: foglie,e gigli e mosche e scarabei. Gli animali domestici muoiono. Mangiamo animali morti. A volte veniamo a sapere della morte di qualcuno. E in breve ci rendiamo conto che la morte verrà per tutti… per la nonna, per nostra madre e persino per noi. Ci rimuginiamo in privato. Genitori e insegnanti, pensando che per i bambini sia un male pensare alla morte, mantengono il silenzio al riguardo o ci raccontano favole sul paradiso e sugli angeli, sulla riunione eterna, sull’immortalità dell’anima.”

“E poi?” Merges lo stava seguendo alla perfezione.

“Li assecondiamo. Spingiamo il pensiero fuori dalla nostra mente, o sfidiamo apertamente la morte con grandi prodezze spericolate. E poi, poco prima di diventare adulti, torniamo a rimuginare un sacco sulla faccenda. Anche se alcuni non ce la fanno a sopportare il pensiero e si rifiutano di continuare a vivere immergendosi nei vari compiti dell’età adulta: carriera, famiglia, crescita personale, acquisizione di beni, l’esercizio del potere, la vittoria nelle competizioni. È qui che mi trovo io adesso nella mia vita. Dopo questo stadio si entra nell’età più tarda, dove la consapevolezza della morte torna a emergere e a quel punto la fine appare chiaramente minacciosa, perché in effetti è imminente. A quel punto possiamo scegliere di averla ben presente e tirar fuori il meglio della vita che ancora ci resta, o fare finta in vari modi che la morte non arriverà mai.”

“Allora lascia che te lo chieda un’altra volta: come fai a sopportarlo?”

“Capovolgerei la domanda, Merges. Forse è la morte a rendere la vita ancor più vitale e preziosa. Il dato il dato di fatto della morte conferisce un’intensità emotiva, un gusto agrodolce alle attività dell’esistenza. Sì, può essere vero che vivere nella dimensione del sogno ti offre immortalità, ma la tua vita mi sembra immersa nella noia. Quando ti ho chiesto di descriverla hai risposto con un’unica parola: Aspetto. È vita questa?, Aspettare significa forse vivere? Ti resta ancora una vita, Merges. Perché non viverla appieno?

 

PSICOLOGIA DELLO SPORT

Amore e ritorno. Parallelo tra calcio e vita

“Quella tra l’allenatore e la sua squadra è una vera e propria relazione amorosa”.

È una storia d’amore d’altri tempi in cui la donna (squadra) veniva allevata, cresciuta ed educata da genitori severi ed esigenti (Società Calcistica) che hanno trasfuso in lei morale, dedizione e senso del dovere nei confronti di un progetto di vita essenziale: la prosecuzione della  famiglia in nome del rispetto e della dignità del casato. Come nei tempi antichi  la donna doveva occuparsi della casa e dei figli, da sempre nello sport e nel calcio, la squadra è la gestante che mette alla luce, di volta in volta, piccoli e grandi traguardi intesi come investimenti per il futuro. Alte quindi erano all’epoca le aspettative dei suoi genitori e ardua risultava essere la scelta del consorte adeguato a portare avanti questo progetto di vita comune.

La scelta dell’uomo perfetto per questo connubio era influenzata dalle decisioni del padre della sposa, che prediligeva il prestigio e l’onore di cui quest’uomo godeva, da tramandare poi alla prole. Tale scelta verteva quindi su un uomo più anziano, scevro dagli ardori giovanili, ma con competenze provate a livello fisico e mentale. I due partner si incontravano poco prima del matrimonio, suggellavano il loro patto attraverso uno scambio di doni e fedeltà reciproca trovandosi a gestire la loro unione pur avendo una conoscenza poco approfondita l’uno dell’altra, impegnati a far aumentare le loro affinità e a superare le loro divergenze che si potevano ripercuotere sulla nascita dei figli (performance).

La donna è sempre stata la portatrice della dote familiare, che nel paragone calcistico è rappresentata dall’insieme dei talenti che si esprimono nella squadra. La dote era messa a totale disposizione del consorte che se ne doveva prendere cura,  nel tentativo di potenziarla ed arricchirla. Seppur trattandosi di un matrimonio combinato non era escluso che il sentimento autentico dell’amore potesse nascere e consolidarsi nella procreazione di numerosi figli a cui affidare la decorosa sopravvivenza della stirpe.

L’allenatore e la sua squadra diventano tutt’uno nel loro matrimonio calcistico, ma come accade nella vita quotidiana, l’amore per poter divenire “eterno” non può rimanere solo un sentimento provato, bensì deve divenire un “atto di volontà”, una decisione consapevole di voler unire la propria vita a quella di un altro. Necessita di impegno, passione e intimità, tre componenti che vengono costantemente minacciate dalle difficoltà che si incontrano sul cammino. Gli insuccessi, la supervisione costante dei “genitori della sposa”, gli attacchi psicologici dei familiari stretti (la stampa) nonché il giudizio e la disapprovazione della gente esterna ma comunque influente (la tifoseria), mettono a gran rischio la stabilità di questa relazione. Un allenatore, in quanto marito, porta con sé la grande responsabilità di gestire la sua famiglia, di prendere le decisioni più adatte alla sopravvivenza di questo nucleo, di proteggerlo dai pericoli esterni e, non meno importante, di provvedere al sostentamento e alla realizzazione dei suoi figli. Quando tutto questo sistema di compiti evolutivi non funziona come dovrebbe e calano i livelli di passione, intimità ed impegno reciproco,  si può andare incontro ad uno scioglimento del patto matrimoniale.

L’allenatore può abbandonare il tetto coniugale dimettendosi dopo una serie di fallimenti di cui si attribuisce la responsabilità, può “tradire” rincorrendo un vecchio amore che fino a quel momento non ha avuto l’opportunità di coltivare, o può essere esonerato dal “padre della sposa” per inadempienza dei suoi doveri coniugali.

Sempre la Società Calcistica si occupa in sua assenza di provvedere a riempirne il vuoto, nella speranza di ricreare una nuova coppia soddisfacente e più funzionale.  Tuttavia un amore, seppur nato da basi di convenienza, spesso si trasforma nella conferma di quella prima scelta e, nonostante la crisi che attraversa, lascia dei profondi segni della sua importanza. Un ritorno a casa del primo marito, per quanto possa sembrare un errore, può in determinati casi rappresentare un nuovo inizio, soprattutto laddove l’intensità di quel sentimento provato viene testimoniata anche da chi sta intorno alla coppia, oppure quando i figli, frutto di quell’amore, hanno sì continuato a crescere, ma senza crearsi una vera identità che necessita dalla presenza di entrambi i genitori che li hanno messi al mondo. Guardare alla crisi come un’opportunità per rivedere se stessi, il proprio contesto di appartenenza e per migliorarsi è una risorsa fondamentale per l’evoluzione di ogni sistema, anche quello calcistico. Con questa visuale è possibile pensare agli errori commessi come insegnamenti, al perdono come strumento per riavviare il nastro inceppato e al “ritorno” come possibile punto di partenza”.

Dott.ssa Ivana Siena

Fonte: http://www.forzapescara.tv